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Itinerari dannunziani cercando Foscarina e la vita inimitabile

A Venezia di PAOLO MEDEOSSI Do beni vu ghavè, beleza e zoventù: co i va i non torna più. Se lassare passar la bela e fresca età, un zorno i ve dirà vecchia maura; e bramarè, ma invan, quel che ghavevi in man... La canzone sale da una larga peota, ferma sotto la casa di Desdemona come in una stampa di Pietro Longhi. La scena si svolge a Venezia e si pone al culmine d’un delirio dannunziano tra le pagine tumultuose e incalzanti del romanzo Il fuoco, che il poeta scrisse fra il 1896 e il 1900 dopo aver conosciuto la “divina” Eleonora Duse, che in quel periodo dimorava a Ca’ Barbaro. C’è anche una data precisa che segna il fatale incontro, ed è quella del 26 settembre 1895, giorno in cui la passione dilagò e l’attrice, o meglio Ghisola come il Vate amava chiamarla, divenne la nuova Musa dannunziana oltre che eroina del romanzo che, quando uscì, suscitò grande scalpore essendo ben riconoscibili i due protagonisti, ma non solo: alle signore non piacque il riferimento che lo scrittore faceva all’età di lei, la Foscarina, detta pure la Perduta, e alla sua decadenza fisica. Cosa che accadeva pure nella realtà visto che la Duse aveva qualche anno in più rispetto a Gabriele, che però ottenne il permesso a dare alle stampe la sua opera. La magnanima Eleonora gli disse: «La mia sofferenza, qualunque essa sia, non conta quando si tratta di donare un altro capolavoro alla letteratura italiana. E poi, ho quarant’anni e amo». Ma torniamo un attimo alla canzone iniziale, che rappresenta un altro punto significativo perché d’Annunzio in questo romanzo ambientato nella città lagunare usa spesso il dialetto veneziano, in particolare nei dialoghi con il fedele gondoliere Zorzi che lo scarrozza fra intrecci di canali e di storie clandestine. E la riproduzione delle parole è sempre rigorosa grazie al puntale intervento di un amico, Antonio Fradeletto, che gli faceva da consulente linguistico. Ma anche in seguito Gabriele dimostrò particolare amore verso il dolce dialetto della Serenissima, come rivela un episodio curioso. Dopo quello che passò per “il volo dell’Arcangelo” (ovvero la misteriosa caduta da una finestra del Vittoriale avvenuta nell’agosto del 1922), d’Annunzio, ancora in stato di semi incoscienza, si mise a parlare in veneziano e i suoi medici curanti ne riportarono le frasi nel diario Siamo spiriti azzurri e stelle. Bofonchiando parole in libertà, disse che Venezia andava amata sul serio, profondamente, come faceva lui, e non un qualsiasi cencivendolo.
Questi dettagli riguardanti il poeta e la città cui dedicò alcune delle opere più fortunate (oltre al romanzo Il fuoco, ci furono la tragedia La Nave e la raccolta di prose liriche Il Notturno, scritta durante la prima guerra mondiale quando abitava nella Casetta Rossa, alle Zattere) sono narrati in un libro delizioso, Venezia imaginifica. Sui passi di d’Annunzio girovagando fra sogno e realtà, pubblicato dall’editrice Elzeviro di Treviso (330 pagine, 20 euro), a cura di Filippo Caburlotto, un giovane studioso già autore di saggi e approfondimenti sulla figura di d’Annunzio. Il volume è arricchito da una eccezionale galleria fotografica in bianco e nero con immagini scattate da Mark Edward Smith, un inglese che rivela una passione e un’abilità notevoli nell’accompagnare il lettore sugli itinerari dannunziani che uniscono i testi del poeta e i luoghi in una sovrapposizione che toglie il fiato per suggestione. Lo scopo dichiarato è di condurre il turista moderno e curioso sui passi del Vate, per approfondire in maniera non pedante la conoscenza delle sue opere e delle leggende che lo accompagnarono e che lui alimentò ben volentieri. Come quella dell’orbo veggente, nata dopo che ammarando a Grado con un idrovolante, nel 1916, sbattè la tempia destra contro la mitragliatrice perdendo la vista dall’occhio sinistro. E dunque acqua e fuoco, luce e tenebre, vita e morte, racconto e affabulazione sono gli estremi che delineano il rapporto, durato attraverso vari soggiorni circa 35 anni, fra d’Annunzio, l’eroe del vivere inimitabile, e l’onirica, sensuale, enigmatica Serenissima, un solido legame che il libro narra svelando uno scenario sorprendente. Ci sono i palazzi e i luoghi più celebri, ma anche quelli appartati, come la locanda Montin, nel sestiere di Dorsoduro, dove ancor oggi mostrano, intatta, la camera dove dormiva Gabriele. Un posto piacevole, protetto su un lato da un’incantevole giardino, famoso anche perché negli anni 70 vi girarono scene del film Anonimo veneziano con Florinda Bolkan e Tony Musante. D’Annunzio amava questa trattoria e questa parte di Venezia di cui non sopportava solo una cosa, il ponte dell’Accademia. Lo avevano infatti costruito nel 1854 gli austriaci, suoi storici nemici, e il Vate non digeriva tale fatto dicendo che quella struttura disonorava tutto il Canalazzo (come chiamano i veneziani il Canal Grande).

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