martedì 09.02.2010 ore 19.38

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«Con loro si arriva alla vera essenza della musica»

Domanda: qual è per un musicista classico l’ambizione più alta, il sogno dei sogni? La risposta è semplice e univoca: suonare con i leggendari Berliner Philharmoniker, l’orchestra delle orchestre, guidata nei suoi 125 anni di storia da mostri sacri come Von Bülow, Nikisch, Furtwangler, Celibidache, Karajan, dal nostro Abbado e – oggi – da Simon Rattle. Perché i sogni si avverino – dicono – bisogna sognare forte. Così è stato per un giovane e ormai affermato talento friulano dell’arpa, la gemonese di nascita e tarcentina d’adozione Emanuela Battigelli, chiamata quest’estate dai mitici Berliner per un tour wagneriano dedicato al Crepuscolo degli dei che l’ha vista esibirsi al prestigioso festival francese di Aix-en-Provence sotto la direzione proprio di Sir Simon Rattle. A questi livelli non si arriva per fortuna o per caso, si arriva soltanto con talento e con un duro lavoro che lo confermi nel tempo. Manu, 29 anni di giovinezza, carattere dolcemente deciso, ma non ostinato, dopo il diploma (10 e lode) al Conservatorio Tomadini di Udine con Patrizia Tassini, ha preso le valigie ed è andata a studiare per più di quattro anni a Tel Aviv. Perché Israele? «Per una naturale simpatia per il popolo ebraico e per la sua grande cultura – spiega –. E poi perché l’Università di Tel Aviv – dove ho conseguito l’Artist Diploma, perfezionando poi con Ruth Maayani –, è uno dei riferimenti mondiali per il mio strumento. E poi lì ho avuto la fortuna di suonare con la Israeli Opera e la Israel Philharmonic orchestra, nonché con diversi gruppi da camera. Mi piace ricordare qui che il compositore Leon Schidlowsky ha voluto scrivere e dedicarmi delle bellissime musiche, mentre con Ruth è nata un straordinaria amicizia, personale e artistica: lei mi ha insegnato davvero molto aiutandomi a proseguire la mia carriera». Che riporta Emanuela Battigelli in Europa. «Sono tornata a fine 2005 – ricorda – e devo dire che qui è davvero molto più dura, le occasioni sono poche, per cui devi riprendere a girare». E gira che ti rigira – ci perdoni l’espressione – l’arpista friulana suona con Zubin Mehta, Fedoseev e Gustavo Dudamel, arrivando poi all’Orchestra della Rai di Torino, un’altra esperienza importante. «Sì, perché lì ho conosciuto la prima arpa del prestigioso complesso, che mi ha fatto innamorare della musica francese, soprattutto di Debussy e Ravel. Nel 2008 ho voluto partecipare a un concorso, sempre a Torino. Eravamo in 50, era difficilissimo e tutti avevano più esperienza di me. Non ho vinto, ma in giuria c’era la prima arpa dei Berliner, Marie-Pierre Langlamet, alla quale è piaciuto molto il mio suono. Prima mi ha chiesto di perfezionarmi con lei e poi mi ha cercato proponendomi il tour con i Berliner. Non mi pareva vero! Un’esperienza indimenticabile, ma sai perché? Perché il loro suono è diverso, assoluto, unico, percepisci l’essenza della musica. Non so spiegarlo in altri modi. E c’è una cosa ancora più bella, se possibile: la passione di tutti e la semplicità e immediatezza dei rapporti, dal mitico Simon Rattle a tutti gli orchestrali». Salita sull’Everest della musica, tutte le altre vette a Emmanuela adesso sembreranno collinette. «Non è così – replica prontamente –. Tutti i progetti hanno una loro dignità e importanza. I più diversi, come quello che ho appena realizzato. Un album dedicato alla musica irlandese». Bel salto da Wagner all’Irlanda! «Cercavo sensazioni e dimensioni sonore nuove e così è nato il disco A fairy’s love song , che presenterò il 25 alla Feltrinelli di Udine. Un’altra tappa importante per me». Aspettando che i Berliner chiamino ancora... (n.c.)

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