Rivolta anti-fisco, Fidenato fa proseliti

di STEFANO POLZOT

Il ministro Sacconi lo accusa di mettere a rischio le finanze pubbliche? L’imprenditore Giorgio Fidenato risponde a muso duro: «E’ un problema dello Stato del quale non voglio essere schiavo». La scelta di pagare ai propri dipendenti la busta paga lorda, non svolgendo il ruolo di sostituto d’imposta, è divenuta un caso che si sta allargando. «Anche altre aziende, una delle quali di Napoli – rivela Fidenato – vogliono seguire il mio esempio». Intervenendo ieri mattina alla trasmissione “Faccia a faccia” del terzo canale radio della Rai, il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ha giudicato la sua iniziativa provocatoria. «Capisco cosa vuole dire Fidenato - ha detto il ministro - sottolineando il costo lordo del lavoro e l’alto prelievo contributivo a fini previdenziali, al 33 per cento. Tuttavia si tratta di un’azione provocatoria: se tutti facessero così salterebbe il bilancio pubblico, visto che non ci sono modalità diverse per versare i contributi». Cosa replica?
«La preoccupazione di Sacconi non mi appartiene. Io non devo risolvere i problemi del mondo, ma quelli della mia azienda. Lo Stato non ce la fa? Dimagrisca la sua struttura burocratica invece che chiedere nuove tasse».
Il messaggio è chiaro: va avanti per la sua strada...
«Io non voglio più essere schiavo di uno Stato che mi vuole far fare il sostituto d’imposta. E’ come se chiedessi a un mio dipendente di pulire anche i bagni. Lo interpreto come un atto contro la libertà degli individui».
Senza contributi previdenziali e fiscali, non ci sarebbero più servizi pubblici...
«Gran parte dei quali, dalla sanità all’istruzione, potrebbero essere offerti dal mercato privato».
Ma se per la sua attività di sostituto d’imposta le venisse riconosciuto un bonus?
«Non lo accetterei, è una questione di principio e di educazione. Sfido i dipendenti privati e pubblici a capire fino in fondo la loro busta paga. Non sanno quanto lo Stato sottrae loro. Versando lo stipendio lordo hanno consapevolezza di quanto pagano. Mi dovrebbero essere riconoscenti».
Non teme ritorsioni per questa sua disobbedienza?
«Sono fiducioso, grazie alla consulenza del mio avvocato Francesco Longo, che il giudice del lavoro solleverà la questione dinanzi alla Corte costituzionale. Se scattassero ritorsioni non mi farò piegare da una banda di politici che pensa solo al proprio potere. Ridando ai lavoratori la scelta su come utilizzare i propri soldi, recupereremo valori cristiani che sono andati persi, seguendo una vita più seria e responsabile».
Non si stupisce che le associazioni imprenditoriali non l’hanno seguita?
«Tutt’altro. Al loro interno su questi principi ho sempre battagliato, ma da Confindustria alla Confagricoltura, fino a Cgil, Cisl e Uil non ne vogliono sentire parlare. E sa perché? Sono seduti anche loro al gran banchetto del potere».
Ma qualcuno le ha dato ragione?
«Ho saputo che recentemente nel corso di un’assemblea di fabbrica in provincia un lavoratore ha posto la questione. Il problema è che i sindacati sono collusi col potere».
E tra i suoi colleghi imprenditori?
«Mi ha chiamato il titolare di una grossa azienda di Napoli che si vuole informare perché vuole seguire il mio esempio. In tanti mi hanno testimoniato stima e riconoscenza. Bisogna avere coraggio, come ha avuto coraggio Mandela nella sua battaglia contro le discriminazioni razziali e per la libertà. Come Mandela, mi sento un difensore dei principi di libertà contro lo Stato che ci opprime».