Cruchi, memoria di un partigiano

La valle del Bût in Carnia ricorda le vittime dell'eccidio compiuto 65 anni fa da nazisti e fascisti. Ieri è stata inaugurata a Treppo Carnico la mostra fotografica Infinite resistenze di Danilo De Marco con presentazione di Leonardo Zanier. È dedicata ai partigiani del passato e di sempre. Oggi cerimonie a Sutrio, alle 10.30, e a Paluzza, alle 11. Alle 20.30, al teatro Daniel, spettacolo teatrale Portare. La muart tal giei di Carlo Tolazzi. A ricordo di quegli eventi pubblichiamo qui accanto un racconto di Sergio De Infanti. di SERGIO DE INFANTI

Durante il breve periodo di vita della Zona Libera della Carnia (quattordici giorni, dal 26 settembre al 10 ottobre 1944, per una popolazione complessiva di 81.200 unità residente nei 38 comuni interamente liberati e nei 7 parzialmente tra cui il capoluogo montano di Tolmezzo) l'unico nativo di Ravascletto che vi ebbe un ruolo rilevante fu Amadio De Stalis, nome di battaglia Cruchi. Da due anni sono impegnato nel tentativo di ricostruirne la storia assieme a quella della liberazione del mio paese trovandomi sempre davanti a un muro di omertà dei sopravvissuti tanto solido quanto inspiegabile,
Da tale comportamento ho potuto dedurre che l'ombra dei morti continua a incombere sui vivi. Per la sinistra pesa l'aver eliminato i delatori responsabili delle denunce ai tedeschi, cosacchi e fascisti, per la destra c'è la responsabilità della deportazione nei lager nazisti di tanti compaesani mai più ritornati.
Sono riuscito, a oggi, a raccogliere due testimonianze riguardo ad Amadio. Luigi De Crignis mi aveva già raccontato della sua odissea cominciata quando una giovane partigiana, che si addestrava all'uso di un mitra, faceva maldestramente partire una raffica che gli uccideva il fratello e feriva lui stesso in modo abbastanza grave a un ginocchio. La conseguenza fu che i suoi compagni lo trasportarono lungo valli e casolari per ben tre mesi per sfuggire ai rastrellamenti di truppe repubblichine e tedesche per poi, successivamente, rispedirlo a casa, stanchi delle sue continue lamentele per la scarsità del cibo.
Luigi non ha mai parlato male di Cruchi, anzi. Lo ricordava come una persona educata e generosa. Quando si recava con la sua Balilla camioncino a Milano per l'acquisto di vestiti vecchi che poi, assieme alla moglie, rivendeva ai poveri paesani squattrinati, non mancava di dargli qualche lira per aver badato ai suoi polli durante le assenze assieme a qualcosa da mangiare.
La seconda testimonianza è di Gisella De Crignis, allora appena diplomatasi maestra, che ricorda le gradite visite di Amadio a casa sua sempre accompagnate da qualche libro da leggere e da un profluvio di discorsi contro il fascio da ascoltare. Un andirivieni che non sfuggì all'attenzione delle spie su segnalazione delle quali Gisella fu arrestata assieme ad Amadio e a Emilio Da Pozzo e reclusa nelle carceri di Udine,
Mentre per lei, stante il fatto che non aveva precedenti, le porte della galera si aprirono dopo otto giorni, ben diversa fu la sorte per Amadio ed Emilio. Caricati su un carro bestiame diretto verso la Germania dovettero la propria salvezza a un improvviso rallentamento del treno nei pressi di Tarvisio che consentì loro di saltare dal vagone assieme ad altri reclusi che ne avevano precedentemente forzato lo sportello.
Il ritorno a casa avvenne attraverso le montagne e fu particolarmente faticoso per il compagno di Amadio che aveva una gamba di legno d'acacia, dritta e rigida come un palo e dotata, all'estremità, di un gommino. I disagi patiti erano comunque sopportabili a fronte della prospettiva di un soggiorno teutonico.
Ma a casa le cose erano di molto cambiate: i cosacchi avevano occupato tutte le abitazioni non fatiscenti e si capiva la loro intenzione, come da promesse del Fuhrer, di stabilirsi definitivamente in una terra che ormai non poteva più dirsi Carnia, ma provincia del Reich chiamata Kosaccherland.
I destini di Gisella, Emilio e Amadio si divaricarono seguendo strade ben diverse.
Da Pozzo, con la sua gamba di legno, godeva di una certa libertà, pensando i cosacchi che, in quelle condizioni, non potesse certo nuocere; Gisella si innamorò del partigiano Renato Baracetti, fratello di quell'Arnaldo, eletto assai più tardi alla Camera per tre legislature nelle liste del Pci, mentre a Cruchi bruciarono la casa.
Fuggito in montagna e unitosi ai partigiani fu catturato, a seguito di una delazione, dai cosacchi che lo percossero selvaggiamente, affidandolo poi in custodia in una casa abitata da fascisti di provata fede. Qui, fingendosi moribondo a seguito delle botte, riuscì, in un momento di distrazione dei suoi carcerieri, a evadere fuggendo a rotta di collo verso il fondovalle, la Valcalda, dove un tiratore scelto lo colpì a pochi metri da quel bosco che avrebbe probabilmente costituito la sua salvezza.
Questa è la breve e scarna storia di un uomo che giudico intelligente, dotato di una cultura notevole per i suoi tempi e vittima di iniqui pregiudizi e di inspiegabile odio politico che spinsero alcuni paesani, privi oltretutto del più elementare senso di pietà, a scrivere sulla sua lapide: «Qui giace Cruchi uomo perverso, non pregate per lui, è tutto tempo perso».
Perché questa scritta vergognosa? Quale distorto senso di giustizia l'aveva ispirata? Oppure gli estensori erano stolidamente convinti che il fascismo, malgrado l'evidente agonia, avrebbe comunque vinto? O magari si trattava di una rivalsa verso le idee di un uomo ormai impossibilitato a difenderle?
Comunque sia, io, pur non essendone minimamente responsabile, provo vergogna per un atto così vile che ritengo costituisca ancora una macchia per la nostra comunità. Le poche cose che sono riuscito a conoscere e che ho scritto le ritengo un risarcimento minimo alla memoria di un uomo così gravemente offesa.