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IL RICORDO
Carnia, piccolo

grande paese
Carnia: piccolo grande paese. Si colloca come in un anfiteatro tra i monti Gridezzo, Sompàve, Amariana e San Simeone che hanno funto da spalto per tante tragedie. Il territorio è parco di risorse, i monti sono brulli e vi dominano il pino nero e il carpine, la piana è un magredo e il toponimo dice tutto sulla scarsa produttività agricola. L’esistenza era grama, gli uomini erano costretti a emigrare e i Paesi cui si approdava erano la vicina Austria, la Germania e la Romania, ove la città romena di Craiova conta tutt’oggi oltre venti famiglie Valent, cognome prevalente nel nostro piccolo paese. Negli anni 70 del XIX secolo l’arrivo della ferrovia pontebbana, prima, e il raccordo della società veneta con Villa Santina, poi, cambiarono radicalmente l’economia, il sito geografico nevralgico fece luogo storico, decine di giovani trovarono occupazione in questa importantissima arteria della viabilità nazionale, il paese crebbe urbanisticamente e l’isolamento socio-culturale si infranse con l’arrivo di famiglie provenienti da diverse regioni d’Italia. Gli eventi bellici coinvolsero poi in maniera pregnante la comunità, qui stanziarono e operarono tutte le truppe italiane, austriache, tedesche, cosacche, croate, anglo-americane, indiane. Qui si visse tutta la gamma delle umane tensioni. Dal terrore dei bombardamenti in certe fasi quasi quotidiani, alla gioia delle liberazione, qui venne scritta una delle pagine più belle della Resistenza e della solidarietà cristiana con l’affrancamento di centinaia di giovani destinati ai campi di sterminio, operato dai “Perlasca”, i ferrovieri e le donne di Carnia che rischiando la vita aprivano i carri “della notte” e del dolore. Carnia, piccolo grande paese, libro di storia aperto sugli eventi bellici del XX secolo, conserva ancora piccole ma significative testimonianze. La trattoria “Alla Lotta” evoca ancora la presenza delle truppe scese nel vicinissimo scalo e destinate al fronte, qui bevevano l’ultimo civile bicchiere, da qui inviavano l’ultima cartolina illustrata prima di avviarsi al fronte, a tal segno si tramanda ancora l’aneddoto del milite che inviò alla madre un saluto dicendole di trovarsi “Alla Lotta” di fronte al fuoco, il focolare della trattoria. Sulla grezza facciata della latteria turnaria sociale, archetipo della moderna pubblicità, rivolta verso la campagna e la ferrovia, in calce e a lettere cubitali si legge “Osteria napoletana”. Era sì un invito ai giovani soldati meridionali a farsi un bicchiere, ma era pure un segno di riconoscenza al Meridione che moltissimo ha dato per la causa dell’unità. Questo piccolo grande paese negli anni 1915-’16-’17 ha registrato la presenza quasi mensile del re Vittorio Emanuele III in visita ai soldati feriti al fronte e ricoverati nella villa Ermolli trasformata in ospedale da campo. Ne è fedele e vivace testimone la mia centenaria maestra Maria Hermanseder “unica” nel senso più ampio del termine. La stessa ricorda che il re non pranzava nella mensa ufficiali, ma preferiva, quale desco, in solitudine, il monumento “l’aquila” là ove sono state girate delle sequenze del film “La grande guerra”. L’anziana docente ricorda anche che le donne al suo passaggio si inginocchiavano oranti. Questa testimonianza offre evidentemente un elemento sconosciuto nella biografia del sovrano. Di tutto ciò ne è silente mallevadore il monte Gridezzo, che per la sua forma a cuore gigantesco e con la sua intermittente cascata, di tanto in tanto sembra piangere e inondare “l’atomo opaco del male”.
Luciano Simonitto
Carnia di Venzone
25 APRILE/1
Da “banditi”

a eroi
Conservo ancora un manifesto, lasciatomi da un vecchio amico, nel quale i partigiani della resistenza al nazi-fascismo erano chiamati “banditi e assassini”. Il bando, firmato da Almirante, diventato poi deputato della Repubblica Italiana, invitava la popolazione a collaborare con l’esercito di Hitler per scovare i partigiani. Ho scoperto poi che le scritte “ achtung banditen “ ricoprivano il Friuli. Avvicinandosi il 25 aprile, e pensando a tante situazioni di guerra, presenti oggi sul pianeta, questo manifesto continua a pormi tante domande. E’ la situazione storica che ha fatto poi diventare i partigiani eroi nazionali, con la Liberazione e la Costituzione, o i motivi per cui combattevano?
I partigiani greci, albanesi e iugoslavi, che resistevano all’invasione italiana, quando sono diventati da banditi “eroi nazionali”? E i partigiani greci che si opponevano alla invasione inglese, perché sono sempre rimasti banditi? Solo perché hanno perso? E perché i “titini”, che hanno liberato la Jugoslavia con l’appoggio inglese, per tanti italiani sono sempre rimasti “banditi”?
Ma andando indietro nella storia, gli indiani d’America, i maja, gli incas, perché erano considerati “banditi” dagli inglesi e dagli spagnoli? Solo perché hanno perso? E Gandhi e Ho Ci Min, perché, fino a che inglesi e americani erano in India e Vietnam, erano pericolosi “banditi”, e poi sono diventati eroi nazionali? Solo perché hanno vinto?
E i Galli, che si opponevano alle invasioni di Cesare, perché erano nemici del popolo romano? Ma l’elenco, in un senso o nell’altro, potrebbe continuare, come i bandi di distruzione degli indigeni d’Australia da parte dei coloni inglesi.
Tutto questo per constatare con quale facilità, ancora oggi, è usato il termine “ bandito-assassino” - aggiornato in “terrorista” - riferito a ogni persona, gruppo di persone, atteggiamenti o linguaggi che in qualche modo si oppongono all’invasore o oppressore di turno. Tralasciando l’uso del termine “ terrorista” riferito a Gheddafi e a ogni leader arabo che pensa di dotarsi dell’arma nucleare, quando nessuno ha mai usato questo termine per i capi di stato occidentali che ne posseggono a migliaia, quante volte sono stati definiti terroristi i palestinesi che a milioni hanno dovuto lasciare la loro terra e oggi non hanno ancora una patria?
Ma se pensiamo a tutto quello che succede in Iraq, in Afganistan, in tanti stati africani a sovranità limitata, dove comandano ancora le potenze europee, con governi fantocci, mercenari ai servizio di Stati stranieri (Francia in testa!), alle materie prime “rubate” in Stati ricchissimi, con la popolazione che muore di fame - vedi Nigeria -, perché ogni ribellione è considerata “terrorismo”? Non è che, dopo il ritiro degli americani dall’Iraq, i terroristi di oggi diventeranno eroi nazionali? O se cambierà il governo nigeriano, diventeranno eroi quelli che oggi usano “tutti i mezzi” contro lo sfruttamento del petrolio? E perché nessuno ha mai usato il termine “terrorista” per indicare la Cia che ha fatto uccidere Allende, o ha sostenuto le dittature militari sudamericane, con milioni di morti scomparsi, dittatori che nessuno ha mai definito “terroristi”?
Se per un attimo potessimo tornare al Friuli di 63 – 64 anni fa, quante volte avremmo sentito la parola “terrorista” usata magari per un amico, un fratello che stava sulle montagne e solo pochi mesi dopo avremmo accolto come “partigiano liberatore”? Quale storia del Friuli è insegnata a scuola ai giovani oggi, che magari la sera prima dalla TV hanno ascoltato quello che succede in Iraq, in Afganistan, in Nigeria o in Palestina?
Eliseo Gallina
Torreano di Cividale
25 APRILE/2
Il valore

della libertà
Come ogni anno il 25 aprile più che unire, favorisce il litigio su chi ha diritto a partecipare alle manifestazioni per l’anniversario della Liberazione. Liberazione che è avvenuta grazie al movimento partigiano, ma non solo: sarebbe doveroso ricordare che l’Italia fu liberata dal giogo nazifascista grazie agli alleati, che aiutarono i partigiani con soldi, armi, uomini, esperienza. Sarebbe bello vedere alla testa dei cortei bandiere americane, inglesi, canadesi, australiane, brasiliane, israeliane e di tutte quelle nazioni che si sono schierate con gli alleati, vedendo a combattere, morire, nel nostro Paese per renderlo libero e democratico. La Resistenza è di tutti, anche e sopratutto dei soldati che riposano nei cimiteri militari o dispersi in fondo al mare che indirettamente continuano poeticamente a vivere con le carezze di un’acqua marina segreta.
Oggi cosa significa libertà? Un’affermazione o una domanda?
Pur essendo un diritto fondamentale della persona umana presente nella Costituzione, c’è chi non è riconoscente di questo valore, dettando così dei vincoli sulla persona che direttamente ci è vicino. Pensiamoci...
Elisa Pinzan
Bicinicco
25 APRILE/3
Il significato

della ricorrenza
Complimenti alla lettrice Lauretta Iuretig per il suo scritto del 21 aprile, una donna che ha centrato perfettamente il significato da dare alla giornata del 25 aprile. Oltre ai partigiani, i friulani devono essere riconoscenti anche a quei combattenti repubblichini che hanno opposto resistenza alle forze titine che volevano annettere la nostra regione alla Jugoslavia... È un paradosso, ma è storia. Sarebbe anche ora che i vecchi partigiani italiani che militavano con il IX Corpus sloveno si decidessero a togliere dai loro copricapi la stella rossa che portano ancora come fregio o la sostituissero con una bella coccarda tricolore italiana, anche per dissociarsi da quei macellai protagonisti del raccapricciante periodo delle foibe e di tutte le atrocità commesse alla fine della guerra.
Giorgio Cecere
Udine