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Senza Titolo

POLITICA/1
La distanza

tra parole e fatti
Sarò sintetico. Walter Veltroni aveva detto: «Alla fine del mio mandato non voglio nessun altro incarico. Fare il sindaco lo considero il mio ultimo lavoro in politica. Potrei arrivare al 2011, anno in cui avrò 56 anni. Spero a quel punto di poter andare a fare un’esperienza lunga in Africa, dove ho lasciato un pezzo di me». Nel 2008 si è dimesso a metà mandato e si è candidato alla segreteria del Partito democratico, dimenticando i suoi intenti. Sergio Cofferati aveva detto di non voler ricandidarsi a sindaco di Bologna per dedicarsi alla famiglia, perché non avrebbe voluto lavorare lontano dalla sua Genova e dal suo piccolo Edoardo. Pochi mesi dopo si è candidato alle Europee. Diventerà parlamentare europeo e andrà a lavorare a Bruxelles, a 1.040 chilometri di distanza da Genova. Debora Serracchiani è salita alla ribalta per un discorso tenuto a Roma, all’Assemblea nazionale dei circoli del Partito democratico, criticando «la mancanza di una parola chiara», di una «linea netta», di una «linea unica». Poi ha definito Di Pietro il capo di un partito «fai da te», «personale» e «personalista», un partito «che con il centro-sinistra non ha nulla a che vedere». In seguito ha attaccato Dorina Bianchi per essere capogruppo Pd alla commissione sanità del Senato pur non «essendo portatore della posizione prevalente». Debora Serracchiani è la presidente del Circolo del Pd di Udine. A Udine il Pd ha vinto le elezioni e governa grazie ai voti di Di Pietro e di tutta quella fascia di moderati che non «portano la posizione prevalente». Ecco, il Partito democratico.
Fabrizio Anzolini
consigliere comunale
Udine
POLITICA/2
Errori

di valutazione
Sono ormai del tutto convinto di non sapere valutare le persone. Nel 1968 ho conosciuto, per motivi politici, un certo Giorgio Napolitano e non mi era piaciuto per le sue strane idee sull’identità nazionale, visto che ipotizzava lo spostamento a ovest del confine con la Jugoslavia. Adesso me lo ritrovo garante dell’unità nazionale e presidente della repubblica. Nel 1966 ho incontrato per motivi di lavoro un certo Antonio Di Pietro, ministro, e ho potuto riscontrarne di fatto alcune puntuali carenze di preparazione giuridica. Ora è il leader di un partito di una certa consistenza, che pontifica sempre sulla legalità. Fino a un anno fa, come componente esterno (da vent’anni circa) della commissione Territorio, urbanistica e lavori pubblici della 2ª Circoscrizione cittadina, ho conosciuto l’avvocato Debora Serracchiani. Ragazza intelligente e preparata, ma, secondo me, di vedute limitate da diversi preconcetti. È di questi giorni la sua candidatura, a furor di popolo, alle elezioni europee. Basta, d’ora in poi non mi farò più una qualsiasi idea su nessuno. Visti i precedenti, mi sbaglierei di sicuro.
Roberto Della Negra
Lega Nord
Udine
25 APRILE/1
L’importanza

della democrazia
Siamo una classe terza della scuola secondaria di primo grado “Via Petrarca” e questa lettera ha come destinatario il sindaco di Udine. Abbiamo letto, sia a scuola sia in molti luoghi della città, il testo del manifesto riguardante la festività del 25 aprile che celebra la liberazione dal fascismo, che ha negato i diritti civili anche varando le leggi razziali.
Sappiamo che la nostra città, Udine, è ricordata come simbolo della lotta partigiana, riconosciuta con la medaglia d’oro al valore militare e per questo riteniamo che celebrare questa data sia un’occasione utile per riflettere sui valori su cui si fonda la nostra democrazia, grazie al sacrificio di uomini e donne che, anche nella nostra regione, si sono sacrificati per ottenere la libertà e i diritti per se stessi e per le generazioni future.
Di questo abbiamo parlato con i nostri insegnanti anche durante le ore di storia e così abbiamo potuto capire che studiare i fatti accaduti in tempi a noi lontani ci aiuta ad analizzare e comprendere la realtà di questi giorni.
La ringraziamo per averci offerto un’ulteriore opportunità per riflettere e comprendere l’importanza della democrazia e dei diritti civili che oggi ci sono riconosciuti.
classe 3ª D
della scuola secondaria di 1° grado “Via Petrarca”
Udine
25 APRILE/2
Una ben triste

motivazione
Apprendo dal TG1 del 21 aprile delle ore 20 che il (nostro) presidente del consiglio ha deciso di partecipare a una delle manifestazioni commemorative del prossimo 25 aprile «...altrimenti questa ricorrenza sarebbe retaggio solo dei partiti politici di opposizione...».
Che tristezza !!
Roberto Mattiussi
Pasian di Prato
25 APRILE/3
Ideali andati

fuori moda
Una ricostruzione bella e dettagliata, quella della signora Iuretig sul dopo 8 settembre e sulla guerra partigiana. Più approfondita di quelle che abitualmente compaiono in queste occasioni, dove le forze partigiane sono solo quelle comuniste e osovane, dimenticando tutte le altre componenti, prime fra tutte quella azionista che invece fu per importanza e consistenza quasi alla pari. Interessante anche il richiamo al dopo-vittoria, quando la tempesta della guerra civile continuò a mietere vittime in modo spesso indiscriminato. Purtroppo quella lettera spiega anche molto bene come si sia ancora lontani dall’avere compreso gli insegnamenti di quei tragici e dolorosi eventi e quindi da una commemorazione unitaria. Il 25 aprile, infatti, non è nato per commemorare i molti casi umani, tutti molto dolorosi, di chi fu travolto da quei fatti e perse la vita per questo, ma per ricordare la vittoria di una parte che in gran maggioranza (non tutta, purtroppo) lottava per un’idea di maggiore libertà e uguaglianza contro chi, sicuramente indottrinato e magari in buona fede, lottava comunque per difendere un regime autoritario e antidemocratico. Risultano quindi quanto meno sconcertanti quelle virgolette a mettere in dubbio quale fosse la parte giusta e quella sbagliata e le affermazioni che mettono sullo stesso piano i sacrifici di chi combatté dalle due parti nel nome del principio di uguale buona fede. Ancora di più che a non vedere la differenza tra le due parti sia chi si fregia di un aggettivo, socialista, usato da chi combatté da una ben precisa parte in nome di certi ideali. Che a quanto pare, al giorno d’oggi, sembrano andati fuori moda, sostituiti da altri concetti molto più pratici. E allora sabato bisognerà commemorare anche la morte del sogno di chi combatté allora, e oggi, probabilmente, penserebbe: ma chi me l’ha fatto fare?
Michele Gardini
Tavagnacco
ÉLITE EUROPEE
L’illusione

nazionalistica
Vent’anni fa, il Muro di Berlino crollava all’improvviso, seguito dal collasso dell’Unione Sovietica e dell’ordine mondiale bipolare imposto dalla guerra fredda. Oggi il modello capitalistico – l’idea che la soluzione a tutti i problemi sia il libero mercato – il cui trionfo era stato celebrato all’epoca rischia di fare la stessa fine e di trascinare con se l’Unione europea. Dove trovare ai nostri giorni l’appassionata ribellione di un grande Churchill, una voce profetica e visionaria per far capire agli europei che il provincialismo e il nazionalismo che proliferano nella crisi globale non solo mettono in pericolo il miracolo europeo, ma minacciano di autodistruggersi? Nessuno mira a questo, ovviamente. Ma nessuno voleva nemmeno lo Stato sociale per i ricchi e il neoliberismo per i poveri che di colpo ci ritroviamo oggi. L’autunno scorso il crac bancario ha finalmente dato uno scossone all’Ue, risvegliandola dal suo torpore narcisistico. Ho pensato: caspita, che bella opportunità! Chi, se non l’Unione europea, possiede l’esperienza necessaria per invocare un bene comune sovrannazionale? Il modello europeo di cooperazione tra Stati, che punta a rafforzare l’autorità condivisa, sembrava finalmente aver conquistato una nuova dimensione storica. Dunque, se la grande depressione degli anni Trenta ci ha insegnato qualcosa, è stato precisamente che la ritirata verso l’ideale nazionalistico è fatale perché trasforma la minaccia della catastrofe in realtà, ovvero il crollo dell’economia globale. La disoccupazione cresce in modo esponenziale in tutto il mondo. Se non esistesse l’Unione europea, sarebbe necessario inventarla oggi. Lungi dall’essere una minaccia alla sovranità nazionale, in questi inizi del XXI secolo è proprio l’Unione europea a rendere possibile una tutela lievemente mirata a un fronte pericoloso dell’accavallarsi di problemi globali che resistono alle soluzioni nazionali. Ciò che oggi paralizza l’Europa è l’illusione nazionalistica delle sue élite intellettuali. Esse lamentano la fredda burocrazia europea e la soppressione della democrazia, facendo leva tacitamente sul presupposto irreale di un ritorno al sogno nazionalistico. La fede nella nazione-Stato è cieca verso la propria storicità ed è preda dell’ingenuità cocciuta e sconcertante che considera come eterne o naturali quelle stesse cose già reputate innaturali e assurde due o tre secoli fa. Cosa guardare dunque? La scelta oggi è tra più Europa o nessuna Europa. È un imperativo lanciato dal pericolo di fallimento e capace di ravvivare le speranze, malgrado i mercati in calo... L’Europa, accompagnata della nuova apertura dell’America al mondo sotto Obama, potrà costruire quella soluzione globale, già abbozzata in grandi linee pur non intravedendo soluzione. Pensateci.
Elisa Pinzan
Bicinicco