Tandem Felice-Patui: la modernità confusa tra derive e resistenze

di MARIO BRANDOLIN UDINE. La scena rimanda a un'idea di piazza, di civile agorà, con una serie di praticabili a semicerchio sullo sfondo, una postazione musicale sulla sinistra, sulla destra un grande schermo e una sedie in prima. Sulla quale prende posto Paolo Patui, jeanse dolcevita neri, mentre il rumore assordante di traffico e voci scomposte invade palcoscenico e sala. Poi, in dissolvenza, il rumore si fa parola via via sempre più nitida e accompagna l'ingresso di Angela Felice, in camicetta bianca illeggiadrita da candidi jabots, gonnellina nera con malizioso spacco sopra il ginocchio e tacchi a spillo. In una mano un libro, Riminidi Tondelli, di cui legge la pagina dove si descrive il caos vacanziero, e nell'altra una valigia a rotelle. Sarà lei, la Beatrice della situazione, la guida in quell'incursione nell'inferno/purgatorio della contemporaneità – con sguardo speranzoso al paradiso (l'immancabile ottimismo della volontà di tempi meno cupi!) – che è T andem – Letture e punture sui tempi moderni, lo spettacolo che l'altra sera al Palamostre di Udine ha chiuso festosamente la stagione di Akrópolise che la Felice e Patui hanno allestito sulla loro voglia, ormai un'urgenza e un bisogno da condividere, di raccontare il presente attraverso quello strumento unico e prezioso che sono i libri.
Tandem, dunque, per una corsa a due (secondo quello schema assai ben collaudato con le Letture in cortedell'estate scorsa), affiancati dalle belle, rugginose e intense canzoni di Piero Sidoti e dalle suggestive, delicate e poetiche immagini di Gianluca Buttolo. Un intelligente e colto gioco di complicità dove a essere 'rimpallate" tra i due sono le pagine di autori più o meno famosi, brani più o meno conosciuti, alcuni vere e proprie chicche, come quelle di Papalagidel samoano Tiavea, che agli inizi del secolo scorso compì un viaggio in Europa e in cui con gli occhi sbigottiti e divertiti di chi è catapultato in un altro mondo si descrivono usi e costumi del 'Papalagi", l'uomo bianco, per mettere in guardia il suo popolo dal fascino pericoloso dell'Occidente e sulle perversioni e i falsi miti della tribù dei bianchi. O come le pagine sull'effimero delle mode e delle novità, assai ben pitturato da Stefano Benni nel Dottor New, che nella lettura ironica di Patui apre lo spettacolo. O quelle sulle nuove figure di managers, spesso improbabili come il «responsabile aziendale dell'analisi delle gestioni interposte», che alla fine non sa che lavoro fa, secondo la penna arguta e irriverente di Antonio Albanese. Mode e miti, spesso sinonimi di frustrazioni, depressioni, stresse alienazione, in una pericolosa perdita di identità che è smarrimento, disagio, deriva, violenza (fascinosamente e oscuramente riecheggianti nel Kafka del Messaggio dell'imperatore), cui vengono contrapposti pochi significativi esempi di 'resistenza", come il «preferirei di no» dello scrivano Bartleby dell'omonimo romanzo di Melville, o l'uomo onesto del racconto La pecora neradi Italo Calvino, amara metafora sulle divisioni di classe e sulle ingiustizie della società moderna. O nelle allarmate e profetiche invettive del Pasolini corsaro. Per finire con un'apertura alla speranza, con un richiamo all'esercizio del dubbio, a non abdicare al sé e al senso profondo dell'essere uomini nei tre messaggi in bottiglia affidati ai versi poetici dell'ebreo ucraino Bialik, dell'italiano Giovanni Giudici e a quelli in musica di Sidoti sulla notte senza stelle di una prostituta.
Un percorso nel nostro caotico e confuso presente, quello tracciato dai due autori e appassionati interpreti, che è politico nel senso più autentico e alto del termine e si sviluppa per rimandi puntuali eppur mai didascalici, per frammenti preziosi e spiazzanti, eppur mai scontati, ricchi piuttosto di una forza evocativa che è poi il segreto di ogni vera scrittura, di ogni comunicazione motivata e necessaria, e, alla fine, la ragione del bel successo che ha siglato la raffinata e appena un poco salottiera serata teatral-letteraria udinese.