I 300 friulani dimenticati della Transiberiana

C'è una storia che quasi nessuno conosce, che Carlo Sgorlon ha evocato nel suo romanzo La conchiglia di Anataj, ma che rimane ancora avvolta nel mistero. Elvira Kamenshchikova se ne chiede il perché. Ospitata e aiutata dall'Ente Friuli nel Mondo, è arrivata adesso da Irkutsk a Udine per capirlo, dopo anni di indagini svolte nella sua patria, la Siberia. Questa storia riguarda i trecento friulani che costruirono la Krugobaikalskaja, cioè quel tratto della ferrovia Transiberiana che segue i contorni meridionali del lago Baikal. Lavorarono insieme con i russi, da Omsk al lago Baikal. Molti di loro furono impegnati nella costruzione di gallerie, ponti, viadotti, massicciate. E poi, della maggior parte di loro, si persero le tracce. Elvira Kamenshchikova, scrittrice e redattrice di un settimanale di Irkutsk, ha scoperto per caso questa storia nel 1991: «Nessuno nella mia città sapeva che la ferrovia era stata costruita dagli italiani», rivela. Lei se ne è appassionata e si è dedicata alla ricerca delle storie di questi friulani e italiani.
Signora Kamenshchikova iniziamo da una curiosità: perché imparare l'italiano in Siberia?
«Ah! Dio solo lo sa. Ho iniziato a trent'anni. Mi sono innamorata: ho letto poesia, letteratura. Amo profondamente Buzzati. Ma leggo anche qualcosa di più leggero».
Cioè?
«I gialli Mondadori sono stati un'ottima palestra per migliorare il mio italiano!», spiega con un sorriso.
Torniamo alla Transiberiana: è grazie alla ferrovia che si è rinsaldato il suo legame con l'Italia e con il Friuli in particolare?
«Quando ero redattrice della rivista Resonance incontrai una ricercatrice di San Pietroburgo che lavorava nell'archivio della città e che aveva la lista di lavoratori dell'impresario Giovanni Carlo Andreoletti da Bessano, in provincia di Lecco».
Chi era?
«Uno degli impresari impegnati nella costruzione della famosa curva della ferrovia lungo le sponde del lago Baikal».
Da dove venivano gli operai che costruirono la Transiberiana?
«Trecento erano friulani: arrivavano da Montenars, Osoppo, Forgaria, Clauzetto, Vito D'Asio, Trasaghis, Majano, Campone. Gli altri venivano da Abruzzo, Lombardia, Alto Adige, Liguria ed Emilia Romagna».
Perché tanti friulani secondo lei?
«Erano i migliori a lavorare la pietra. La Russia è un'immensa steppa pianeggiante: i veri problemi da superare per il tracciato della Transiberiana stavano proprio nella zona montuosa del lago Baikal e le maestranze russe non ne avevano le competenze».
Quando finirono i lavori?
«La grande curva del Baikal fu terminata nel 1905. Ma già nel 1904 si perdono le tracce di molti stranieri a causa dello scoppio del conflitto Russo-Giapponese».
Dove andarono?
«Si dispersero. In molti cercarono di raggiungere Vladivostok per imbarcarsi e tornare in patria. Altri restarono a vivere a Irkutsk o nelle altre città sulle sponde del lago. Il loro numero è imprecisato e le tracce si smarriscono nella polvere».
Lei è qui a Udine proprio sulle tracce di uno di questi lavoratori, vero?
«Ho scoperto che ancora oggi a Pordenone vive il nipote di Luigi Lenarduzzi, l'ultimo siberiano italiano nato a Cita nel 1927. Suo nonno e suo padre erano veterani della costruzione della Transiberiana».
Qui inizia una storia di famiglie, di viaggi, di friulani che in Siberia si ricostruiscono una vita.
«Molti dei lavoratori della Transiberiana portarono con sé le mogli e i figli oppure sposarono donne russe. Con loro vissero per oltre trent'anni a Irkutsk, a Cita e nelle altre città. Lavorando, aprendo attività commerciali, integrandosi con la vita della comunità».
Cambiando il loro stato sociale?
«Divennero benestanti: Giovanni Minisini, figlio di Giuseppe, che dopo aver lavorato alla Krugobaikalskaja era tornato in Friuli, aveva uno degli studi fotografici più importanti della zona. Tutti correvano da lui per farsi fare i ritratti, le foto per i passaporti».
E gli altri?
«Lavoravano la pietra, come Luigi Lenarduzzi, molto ricercato per i suoi monumenti funerari. C'è da dire un'altra cosa, che forse giustifica anche il fatto che di loro si siano perse le tracce».
Ovvero?
«Che in molti a un certo punto trasformarono i loro nomi in nomi russi. Come Giovanni Minisini che a Irkutsk era conosciuto con il nome di Ivan Osipovic».
Torniamo alle famiglie. Lei dice che le donne raggiunsero i loro mariti in Siberia...
«Partivano dai loro paesi a piedi, con tutto il bagaglio nella gerla sulle spalle accompagnate dai figli. Raggiungevano la stazione di Gemona dalla quale prendevano il treno che le avrebbe portate a Vienna, poi a Kiev e a Mosca. Da lì salivano sulla Transiberiana per arrivare fino alle nostre città».
Quanti giorni di viaggio potevano essere?
«Non meno di quaranta».
E poi?
«Restavano con i loro mariti. Alcuni lavoratori non tornavano in Italia prima di 10 o 15 anni. Pensi che uno di loro partì da Irkutsk per tornare in Friuli a sposarsi e rientrare subito dopo in cantiere in Siberia».
Questa storia però finisce in tragedia.
«Purtroppo sì. Come ho detto, della maggior parte dei lavoratori che rimase a vivere in Siberia si perdono le tracce. Anche perché appunto spesso cambiarono nome. Ma conservarono il loro passaporto italiano e questa fu, probabilmente, la loro rovina».
Perché?
«Nel 1937 il potere sovietico espulse le loro mogli e i figli, imponendo loro il rientro coatto in Italia. Un paese che avevano abbandonato da trent'anni o che, come nel caso dei loro figli, non avevano mai visto, del quale non conoscevano la lingua».
Come furono accolti?
«So per esempio che il podestà di Campone accolse alcune donne della famiglia Rugo, dando loro una casa, vestiti e cibo. Poi queste si trasferirono a Roma. Le donne della famiglia Lenarduzzi invece furono accolte a Pinzano al Tagliamento. Ma in tutti questi casi le notizie sono poche e frammentate».
E i loro mariti?
«Furono arrestati e poi fucilati con l'accusa di spionaggio».
Nonostante vivessero in Russia da trent'anni contribuendo alla costruzione di una fondamentale opera per lo Stato?
«La nostra è una storia molto strana. Strana e terribile. Forse solo Dio riesce a comprenderne il senso. Un po' come la vostra».
Perché anche la nostra?
«Non riesco a spiegarmi come abbiate potuto dimenticare questi uomini, proprio non me lo spiego».
Alessandro Montello