Il maestro di tutti i "mister"

di DOMENICO PECILE

Dice: «Si possono avere tutte le tattiche, ma poi le partite molte volte le risolvono i Kakà, i Di Natale, gli Ibrahimovic. Il guizzo, l'inventiva, ma soprattutto la massima libertà d'espressione». Chapeauper il distillato di saggezza calcistica del 'maestro". Ma lui è così. Innamorato di quello che si chiama il bel calcio: più fantasia che fisicità, più imprevedibilità che schemi. Più libertà che tattica.
Mister Silvano Pravisano, cos'è il calcio?
Cultura di vita.
Perché?
Per le tante implicazioni: sofferenza, gioia, preparazione, abnegazione, mentalità di gruppo, collaborazione, amicizia, ricordi e, perchè no, umanità.
Calcio maestro di vita, dice, ma non è una forzatura?
No, va benissimo. Auguro a ogni genitore che il proprio figlio possa avere questa opportunità.
Eppure ci sono tante persone, anche tra genitori e insegnanti, che il calcio lo odiano. Perché?
Perché vedono solo alcuni aspetti.
Come quali?
Come il pericolo fisico e l'immagine spesso negativa che il professionismo catapulta.
Cosa insegna per prima cosa a un bambino?
Il comportamento, il rispetto dei compagni, il valore del materiale che utilizza, l'autonomia, il sapersi gestire. Ma, in primisil motivo che lo porta a giocare a pallone: il gioco del calcio, vale a dire il motivo di gioia e soddisfazione. Il gioco è bello...
Sa bene che non è sempre così perché ai bambini si chiedono prestazioni, eccome.
Certo, ma come in tutti gli sport sono richiesti un risultato e una prestazione. Gioco e prestazione si coniugano attraverso la preparazione, la serietà del singolo, l'impegno, il rapporto con i compagni, l'adattamento e la soddisfazione per la vittoria e il riconoscimento dell'avversario, il rispetto delle regole, la capacità di soffrire.
Lei è considerato il maestro dei mister per eccellenza e non è poco in un ambientino così competitivo, vero?
Sì, mi dà grande soddisfazione il fatto di avere potuto esprimere il meglio di me stesso con passione e considerazione massima di ogni collega.
Quali sono le sue doti migliori di allenatore?
Mah, credo la pazienza nel volere trasmettere ai giovani tutte le informazioni necessarie per la realizzazione del loro futuro in chiave di autonomia, responsabilità che gli faccia dire: io sono io!
I suoi peggiori difetti in panchina?
All'inizio della carriera manifestavo un po' di nervosismo verso alcuni comportamenti arbitrali, poi nel tempo ho capito e giustificato. Il rispetto delle regole ha prevalso sulla possibile interpretazione personale.
Com'è cambiato il calcio giovanile?
Siamo passati da una concezione quasi esclusivamente tecnica, espressione dell'individuo che si costruiva da solo nelle strade, nelle piazze, a un calcio tutto organizzato, dove una preponderanza anche fisica può assumere da parte di certi allenatori una grande valenza rispetto alle vere qualità dei piccoli giocatori. Insomma, si punta al risultato più che all'insegnamento.
Quindi mi sta dicendo che i bambini vanno lasciati il più possibile liberi di esprimersi in campo?
La libertà di interpretazione e di espressione del gesto tecnico dovrebbe essere in cima alle considerazioni di un allenatore, fatto sempre salvo il 'patrimonio" di cui il giocatore dovrebbe poter disporre, vale a dire tecnica, velocità, precisione. E qualità morali.
Dunque: fisicità, oppure estro e fantasia?
Nel calcio di oggi cerco di tenere presente la complessità della formazione del calciatore, non escludendo o annullando la fantasia del ragazzo e precudendogli soluzioni che sono soltanto sue, dell'attimo. Michelangelo considerava la fantasia quale idolo e monarca della propria eccelsa capacità. Il Tasso la paragonava a una lampada accesa in una stanza.
Un giudizio, senza remore, sui suoi colleghi più giovani
Non mi permetto alcun giudizio.
Ma ci saranno atteggiamenti che la urtano?
La presunzione di sapere. Un allenatore deve capire il perché degli errori in modo tale da poter cominciare a eliminarli durante la settimana. L'urlare in campo all'errore compiuto non serve a niente. Nel gioco prevalgono sempre gli automatismi positivi che vanno poi mantenuti nel tempo.
Perché?
Perché l'errore va eliminato attraverso la correzione in grado di automatizzarsi e mantenersi nel tempo, rendendo il gesto tecnico positivo e stabile.
Un esempio?
Un bambino, solo, davanti al portiere: dovrebbe soltanto concentrarsi sulla posizione del portiere rispetto alla linea di fondo. Se poi sbaglia non serve sgridarlo, perché non sortisce nulla: parole e urla sono inutili. Casomai: ascolto, quindi dimentico; vedo, quindi ricordo; faccio, quindi imparo. E questo va insegnato a tutti durante gli allenamenti.
Cosa consiglierebbe a un giovane allenatore?
Di badare a far crescere l'uomo, il calciatore, con una sua personalità, una padronanza dei propri mezzi, la maturità di uno cosciente di sapersi gestire secondo gli scopi del gioco.
Come capisce se un bambino ha talento?
Lo capisce chiunque. Basta apprezzare certe espressioni della sua intelligenza interpretativa in campo e della soluzione pratica e finalizzata al momento.
Quel è il ruolo dei genitori?
Quale dovrebbe essere o qual è?
Entrambi.
Io non mai avuto difficoltà, perché li ho sempre intesi come collaboratori cui attribuire la massima considerazione per il momento di vita dei loro figli.
Il ricordo più bello da allenatore?
Il titolo mondiale scolastico con il Malignani.
Quello più brutto?
Quando, avendo fatto un'osservazione all'allenatore della squadra avversaria, l'arbitro l'ha interpetata come l'avessi fatta a lui e mi ha espulso.
Coi bambini più bastone o più carota?
Entrambi, senza mai portare risentimento: amici subito dopo.
Se non avesse fatto il calciatore e l'allenatore?
Il costruttore.
Una delle sue frasi che ama di più.
Mai mandare in campo giovani giocatori con la lezioncina imparata a memoria.