Un bronzo con rabbia per il fioretto di Sanzo

PECHINO. Due medaglie ad Atene, una soltanto a Pechino e pure di bronzo. Il fioretto maschile si aggrappa a Salvatore Sanzo, che strappa il gradino più baso del podio, ma il fioretto azzurro fa il gambero, invece di andare avanti va indietro. Forse era ineluttabile, dopo le polemiche senza fine del caso Baldini. Con il livornese probabilmente sarebbe andata meglio. Difficile però da dire, almeno fino alla prossima Olimpiade: ammesso che livornese riuscirà a salire a bordo per Londra. Se squalifica sarà tutti si augurano che sarà dolce, almeno da non chiudere le porte ai Giochi 2012.
Sanzo regala la medaglia che conta di meno (l'oro è andato al tedesco Kleibrink, argento per il giapponese Ota). Sono dodici anni che nel fioretto alle Olimpiadi l'Italia non vince l'oro: l'ultimo fu quello ad Atlanta '96, allora fu Alessandro Puccini, un altro pisano proprio come Sanzo. E questa volta non ci sarà la prova d'appello: ad Atene dopo l'oro perso da Sanzo nella finale con il francese Guyart l'Italia si portò a casa l'oro a squadra. Nel sistema di turnazione infernale imposto dalla Federazione internazionale tocca proprio al fioretto maschile farsi da parte. Ad Atene era stato quello femminile a dare forfait, ci furono proteste a non finire perchè per l'Italia era un oro sicuro.
Alla sua terza Olimpiade Sanzo torna ridimensionato ma solo nel medagliere. Era venuto in Cina da vice campione olimpico (a Sydney si era piazzato quinto). Sapeva che la gara sarebbe stata una roulette, l'ha affrontata a viso aperto sapendo che molto probabilmente era la sua ultima occasione. «Ero venuto qui convinto nei miei mezzi, il mio obiettivo era l'oro, mi dispiace non aver raggiunto questo traguardo. Ma un argento e un bronzo in due olimpiadi possono andare bene».
Tutto si è deciso in una stoccata, nel bene (la finale del bronzo) come nel male (la semifinale persa). Il suo destino si è deciso nel maledetto match perso 15-14 con il giapponese Yuki Ota. Un furetto in pedana il giapponese, ma il vero Sanzo questo match l'avrebbe vinto eccome. E invece l'ha perso, l'ha perso lui, la giuria c'entra poco o niente. «La nostra federazione ha dimostrato ancora una volta di non contare a livello internazionale» il suo sfogo a caldo, ma dopo il bronzo ha fatto marcia indietro e si è cosparso il capo di cenere: «Sono un istintivo, chiedo scusa. Non ce l'avevo con questa federazione ma con il fatto che non abbiamo nessuno nella commissione arbitrale».
A caldo se ne dicono di cotte e di crude, dunque c'è poco da meravigliarsi. Per giunta il pisano è uno che la lamentela ce l'ha quasi nel suo Dna: ovviamente quando perde. A farlo infuriare una decisione del giudice coreano Choi (un altro asiatico dopo il cinese della Trillini) che sul 13-12 ha assegnato la stoccata al giapponese. Sanzo invece era convinto che la 'botta" fosse la sua. «È stata una decisione discutibile ma a 33 anni non elegante appigliarsi a queste cose».
La realtà è molto più semplice: contro Ota il vero Sanzo non si è visto: non gli è bastato partire avanti 5-1, il finale è stato un inferno. Gli bastava una stoccata per il paradiso (si è trovato 14-13), si è ritrovato all'inferno. «Mi ha salvato mia moglie Frida». Perdere quell'assalto gli è stato fatale. Avrebbe potuto crollare, fallire pure il bronzo. È stato bravo a non perdere la testa, anche quando era sotto: partito bene (5-1) si è fatto rimontare 7-7, è andato sotto 12-9: a un certo punto sembrava spacciato, il cinese Zhu - che ai quarti aveva spento i sogni dell'altro azzurro Andrea Cassarà, fresco di conquista della Coppa del mondo - per fortuna si è fermato a una stoccata dalla vittoria (14-12). Capita che tre incontri di fila siano stati decisi all'ultimo colpo: ieri è capitato a Sanzo.