05 agosto 2008 —
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sezione:
Gorizia
di PASQUALE DAVOLIO *
Si fa presto a dire che occorre sciogliere qualche ete o istituzione o parlare di enti inutili specie quando non se ne fa parte: normalmente si ottiene il plauso della gente (uso non a caso questo termine), portata a vedere nelle istituzioni democratiche un covo di apparati politici e burocratici, per lo più improduttivi e fonti di clientelismo o di corruzione. Non che non esistano situazioni del genere; ma ci si dimentica che questi mali sono diffusi un po in tutti i settori, pubblici e privati, e tra i beneficiari ci sono magari gli stessi che spargono discredito a piene mani. Negli ultimi tempi va di moda sparare sulle Comunità montane: dopo Tondo ecco ora Enore Picco, entrambi montanari, eppure così avversi a questa istituzione, che vorrebbero sparisse. Per sostituirla con cosa? Picco ripropone la provincia dellAlto Friuli, su cui tornerò dopo (Tra parentesi, non si chiedeva a gran voce anche la soppressione delle Province?).
Abbiamo letto in tanti la denuncia di Stella e Rizzo sulla Deriva italiana (i casi di Comunità montane... sul mare!), ma lo stesso Stella in un articolo sul Corriere invitava a non fare di ogni erba un fascio, citando proprio la Comunità montana della Carnia, assieme ad altre due in Italia, come esempi di buona amministrazione. Naturalmente non basta citare Stella. Chi scrive ha fatto parte per 20 anni (fino al 95) della Comunità montana della Carnia (sempre allopposizione, attualmente da qualche mese come delegato di Paularo e non ha poltrone da difendere) e se volessi potrei citare tante scelte sbagliate di quegli anni. Ma sarebbe ingiusto se non riconoscessi il ruolo che la Comunità ha avuto nel dopo-terremoto e successivamente nel cercare di dare una voce più autorevole a un territorio disperso in 28 piccoli comuni (a parte Tolmezzo) nei confronti della Regione e della Provincia di Udine. Fabris, Mainardis, Moro, Martini, DOrlando per fermarmi a quegli anni potrebbero dire la loro, a parte il compianto DOrlando.
Se veniamo a tempi recenti, bisogna partire dai fatti e di fatti ne esistono. A partire dagli anni 90 cè stato limpegno per lo sviluppo dellartigianato e della piccola industria attraverso lacquisizione o la costruzione dei capannoni (una scelta oggi da ripensare certo, ma che allora fu apprezzata da tanti), la costruzione di centraline idroelettriche che fruttano svariati centinaia di migliaia di euro, lavvio di una politica energetica davanguardia rispetto ad altre zone, e infine lavvio di una politica delle infrastrutture tecnologiche che nel giro di qualche mese porrà la Carnia alla pari di zone più fortunate dal punto di vista geografico. Non parlo di opere pubbliche, di interventi nel settore agricolo-forestale, perché ciò fa parte della normale attività di un ente montano. Poteri citare nel settore culturale la bella realtà di Carnia Musei, che altre zone ci invidiano, ma soprattutto mi pare importante sottolineare la messa in rete di servizi amministrativi a favore dei piccoli comuni, che da soli non ce la farebbero. Tutto bene quindi? Niente affatto. Sarebbero tante le cose da fare e da cambiare, ma non si può attribuire alle Comunità montane le colpe di un ritardo nello sviluppo le cui origini risiedono altrove. Si vogliono abolire le Comunità montane? Lo si faccia pure, ma si dica anche come portare avanti una politica di concertazione e di coordinamento tra i piccoli Comuni nei vari settori citati prima. Con la Provincia di Udine? Ma occorrerebbe dotare lattuale Area montana di Tolmezzo di personale e risorse simili a quelle in dotazione alla Comunità. Con quale vantaggio? Forse si eviterebbe la duplicazione di interventi, ma mancherebbe la partecipazione dal basso dei Comuni e il potere decisionale verrebbe ancora una volta centralizzato nelle mani dellassessorato alla Montagna, regionale o provinciale. È questo che si vuole? Sarebbe un bel passo indietro: Tondo e Picco conoscono la storia di questa terra e sanno che la Comunità carnica (nata nel 1947, sedici anni prima della Regione!) aveva grande prestigio, ma nessun potere. Ma occorre dire che la volontà di autonomia e di autogoverno in montagna risale addirittura alla fine della I guerra mondiale, per non parlare della grande esperienza della Repubblica partigiana (detto senza retorica) e della gloriosa Comunità carnica del dopoguerra con i Gortani, i Lepre e i Marchetti per citare solo alcuni. I cittadini della Carnia (questa volta uso un termine diverso dalla gente) devono sapere che abolire la Comunità montana non rappresenterebbe un danno per gli amministratori, ma per lintero territorio. Forse oggi non lavvertono, forse le amministrazioni che si sono succedute dal 1975 non si sono fatte apprezzare adeguatamente, forse occorrerebbe una nuova intesa cittadini montanari-istituzione comunitaria e un nuovo modello di rappresentanza. La proposta di Picco, la Provincia regionale, sarebbe stata forse una soluzione, ma Picco deve chiarirsi con gli attuali alleati che lhanno avversata cinque anni fa (anche qualcuno degli ex consiglieri regionali del centro-sinistra dovrebbe fare autocritica) e se ritiene che un organo di autogoverno sia necessario in montagna si adoperi non per la soppressione delle Comunità montane, ma per una loro riforma. E nel caso della Carnia si faccia unanalisi seria più che slogan. Il presidente Tondo e gli altri consiglieri della montagna, dei due schieramenti intendo, credo siano in grado di valutare con maggiore serietà la questione montana, superando contrapposizioni e distinguo di natura puramente politica che in qualche caso assumono carattere addirittura personale contro questo o quellesponente di centro-sinistra della montagna.
* Consigliere delegato della Comunità montana della Carnia