Buora : «Ma quella della Regione è l'aquila dei sotans»

«Un'interessante discussione sull'aquila simbolo della Regione. Credo sia opportuno che i lettori siano informati di alcuni fatti, forse non a tutti noti». E' questo l'esordio della lunga disamina del Conservatore del castello di Udine, Maurizio Buora che piomba sulla polemica di questi giorni.
L'aquila detta del beato Bertrando – spiega Buora – compare non solo su una parte delle preziose vesti con cui fu seppellito, nel 1350 (oggi conservate nel bel Museo del Duomo di Udine), ma anche nelle monete da lui coniate. Tale aquila è diversa da quella usata da altri suoi predecessori, come Gregorio di Montelongo (1251 – 1269), Raimondo della Torre (1273 – 1298) e altri (Pietro Gera e via dicendo). L'aquila – insiste – comparve per la prima volta nelle monete della Sicilia, sotto il regno di Enrico VII e di Costanza (1195) come insegna dell'impero d'Occidente. Con Federico II e i suoi successori troviamo indifferentemente la testa volta a destra o a sinistra. Quindi la scelta dell'aquila per le monete aquileiesi, oltre a rispondere all'etimologia popolare che fa derivare il nome dell'antica Aquileia da un'aquila che sarebbe apparsa in cielo al momento della sua fondazione, indica originariamente una precisa scelta di campo filoimperiale, anche se questa poi poté passare in secondo piano.
«Anche l'aquila scelta a simbolo della Regione ha un'origine aquileiese. Come mi disse Laura Ruaro Loseri, essa fu da lei scelta nel 1964 – quand'era direttrice dei Civici Musei di Trieste – traendo spunto dal fianco di un'iscrizione rinvenuta ad Aquileia – argomenta ancora Buora –, pubblicata più volte dal Brusin e conservata nel Museo archeologico locale. L'iscrizione si riferisce al così detto bellum Aquileiense ovvero alla lotta che vide opposte le truppe di Massimino il Trace e gli abitanti della città, che impedì all'imperatore legalmente in trono di entrare e di proseguire verso Roma. La vicenda potrebbe prestarsi a diverse letture: di fatto fu un episodio di guerra civile, in cui una parte della popolazione scelse di rimanere fedele al senato e non all'imperatore. Ciò accadeva nel 238 d.C.».
Nel 238 d.C., dunque, a ricordo della vittoriosa resistenza degli Aquileiesi – insiste il Conservatore – fu predisposta per volontà del senato locale (= ordo decurionum) una base onoraria che mostra, come si è detto, su un lato la personificazione della città di Aquileia, in ginocchio dinanzi a Roma maestosamente seduta in trono. Di fatto è un interessante rovesciamento della situazione: come si è detto furono gli Aquileiesi a salvare il senato, mentre il messaggio trasmesso dall'immagine vuol far credere che gli Aquileiesi ringrazino la città di Roma, e il potere centrale in essa residente, per l'aiuto ricevuto in quest'occasione. Proprio sopra il capo di Aquileia volteggia quell'aquila che vediamo raffigurata nello stemma della Regione. Simbolo dunque di genuflessa devozione. Cent'anni dopo, nel IV sec. d. C., alcuni miliari posti lungo le strade del Friuli – si avvia a conludere – avrebbero riportato la dicitura devota Venetia, riproponendo lo stesso concetto di devota sottomissione. «C'è dunque aquila e aquila. C'è l'aquila imperiale e l'aquila per così dire regionale. L'aquila della Regione, lungi dal rappresentare un simbolo di autonomia, appare, a chi sappia leggere il significato delle immagini – e oggi da più parti si dice che viviamo nella civiltà delle immagini -, come un appropriato emblema dei 'sotans"».