domenica 21.03.2010 ore 19.19

ARCHIVIO Messaggero Veneto dal 2003

La spiritualitą del Tibet non potrą essere cancellata

di FRANCESCO MANNONI Dice: «Le immagini di devastazione e di morte di questi giorni non sono il Tibet che ho conosciuto, dove ancora resistono gli aspetti che noi europei amiamo: i templi, i costumi tradizionali, i tibetani bellissimi anche dal punto di vista estetico, un misto di pellerossa e di pellegrini asiatici tuffati all’interno di un paesaggio alterato che sono gli effetti più dequalificanti dell’invasione cinese: la modernità che si sta espandendo ovunque». Nico Bosa, un viaggiatore alla scoperta non solo fisica del Tibet. Nato in un paese alle pendici del Monte Grappa, ha percorso itinerari di ogni tipo, dalle pagine di libri sconosciuti ai più alle rocce innevate del Tibet di oggi, ripercorrendo le tappe del viaggio compiuto trecento anni fa dal gesuita toscano Ippolito Desideri, per realizzare un documentario sulla vita del religioso in Tibet, ma anche per conoscere in profondità l’anima dei tibetani.Per scrivere il suo libro Filmstan – Effetto Tibet (Vallecchi, 339 pagine, 9,50 euro), Nico Bosa ha affrontato non soltanto territori inesplorati dal pensiero ma anche la minaccia fisica che oggi si scatena con particolare crudeltà sotto gli occhi spesso indifferenti del resto del mondo: «Sono stato in Tibet varie volte – dice – e ho sempre sentito il fascino dell’esotico più o meno mischiato al buddismo della zona himalayana, ma i cinesi stanno alterando un mondo unico in cui il silenzio era una seconda religione».– Com’era il Tibet che lei ha conosciuto?«Era un mondo fuori dalle rotte del consumismo e dalle accozzaglie della modernità. La devastazione che i cinesi stanno operando in Tibet è più evidente perché operano in modo brutale: dove c’erano panorami conservati miracolosamente fino alla seconda guerra mondiale, adesso spiccano parallelepipedi disadorni, costruzioni pretenziose con grande sfoggio di vetrate, antenne e insegne piene di ideogrammi dorati. Tutta questa zona di espansione è stata costruita dopo, come dicono ipocritamente i cinesi, “la pacifica liberazione” del Tibet».– La periferia di Lhasa come qualunque periferia del mondo?«Si, ma qui l’impressione è peggiore. Anche da noi la modernità ha cancellato usi, costumi e paesaggi e ha trasformato i nostri villaggi in periferie del nulla tra capannoni e circonvallazioni, ma in Tibet la riqualificazione territoriale che i cinesi stanno portando avanti incessantemente, è più sentita soprattutto da chi, come me, è cresciuto sognando questi posti e leggendo libri da cui emergeva un Tibet fuori dal mondo, quasi un antico sito medievale».– La pressione cinese si riflette sul comportamento della gente?«Sono tornato in Tibet anche l’anno scorso e mi sono fatto l’idea che la modernità piace anche ai tibetani. Sono contenti di avere fuoristrada e televisione, ma non sono contenti di vedere la loro terra e le loro città che stanno diventando altre cose».– Come stanno cambiando?«C’è un’immigrazione fortissima che crea tutti i problemi che producono i grossi flussi immigratori. Questa immigrazione è voluta dal governo cinese e i tibetani non possono assolutamente contrastarla. I cinesi che accettano di trasferirsi in Tibet hanno grossi incentivi economici per avviare attività a forte sviluppo. La vera invasione non è stata solo quella dell’esercito maoista, ma quella delle persone che si sta attuando negli ultimi anni. Tutti gli esercizi commerciali a Lhasa sono gestiti da cinesi e i negozi continuano ad aumentare. Solo nel Tibet occidentale, che è quasi disabitato, non è visibile questa massiccia occupazione che agli armati ha affiancato i bottegai».– Cosa dicono i tibetali?«Ho sentito parecchie cose, ma in particolare non dimentico il pianto di una persona anziana di fronte alle rovine di un monastero su un monte bellissimo, dove in cima ci sono ancora i resti delle mura e le torri di un centro fortificato, quando mi ha parlato di quello che hanno fatto i cinesi a Skelkar. In un disegno ho potuto ammirare come era questo castello-santuario prima che le guardie rosse lo abbattessero durante la rivoluzione culturale, così come hanno abbattuto buona parte dei monasteri tibetani. L’uomo mi raccontò che prima che i cinesi rovinassero tutto, quel monastero era un paradiso in terra. Parlava e le lacrime gli scorrevano lungo le guance».– Ha parlato anche con qualche monaco?«Sì, anche se sono sempre molto cauti e discreti. Il mondo sembra quasi che non appartenga alla dimensione del loro spirito sempre immerso nella contemplazione e nella preghiera. Uno che risiede a Kathmandu era tornato in Tibet per un intervento chirurgico alla gamba e mi parlò degli ospedali di Lhasa che sono migliori di quelli nepalesi. Anche lui si rammaricò delle distruzioni operate dai cinesi, dei monasteri ridotti in rovine. E mi accompagnò per un sentiero dove ferveva l’antica vita dei tibetani, pastori e contadini al lavoro. Un pastore, paragonabile al vero pastore errante dell’Asia caro a Leopardi, muoveva “la greggia oltre pel campo” a suon di fiondate. Questo è il Tibet mi disse: natura e spirito, lavoro e fede, speranza e carità».– Lei come ha reagito agli atroci avvenimenti di questi giorni?«È difficile vivere bene una situazione brutta. I cinesi nel 1959 non sono arrivati per caso in Tibet. Il gesuita Desideri era presente nel Paese nel 1720 quando arrivò l’esercito cinese a liberare Lhasa dai mongoli e li vide sbaragliare gli zungari. Desideri, che redasse una lunga relazione di quei fatti, conclude la cronaca dell’evento con una frase che a qualcuno potrebbe suonare come una sinistra profezia: “Nel mese d’ottobre del 1720 il dominio di tutto questo principal Thibet da’ Tartari passò sotto l’imperatore della Cina, a cui è presentemente governato e alla di cui gran potenza resterà, come si può credere, stabilmente soggetto“».– Il Tibet interessa alla Cina anche per questioni strategiche?«Il Tibet confina con l’India, e la parte del Tibet indiano è una caserma. La Cina ha già inghiottito una porzione di Ladakh portandola via all’India nel ’62. C’è ancora un confine conteso fra Cina e India nell’Assam: la linea fatta dagli inglesi quando l’India era una loro colonia, è oggetto di disputa. La situazione è chiara: la Cina non lascerà mai il Tibet perché diventa sempre più importante non solo dal punto di vista strategico, ma anche di sfruttamento minerario e di altre risorse come l’acqua. Dal Tibet occidentale nasce il Gange e tutti i più importanti fiumi dell’Asia, per cui la Cina ha tutto l’interesse ha tenere il Tibet sotto la sua rigida tutela».– Questa rivolta ha un disegno?«Dato che per la Cina non esiste nemmeno la questione dell’indipendenza del Tibet, sarà giocoforza per i tibetani battersi per la maggiore autonomia possibile».– L’autonomia quali vantaggi darebbe?«Intanto la possibilità di studiare il tibetano, mantenere un diritto di autogestione ottenendo che tutte le regioni non siano controllate dal partito comunista cinese. Parlare di Tibet libero e di Tibet indipendente è assurdo. Non lo chiede più nemmeno il Dalai Lama».– È possibile che la forza delle armate cinesi riescano a cancellare quella che è una millenaria lezione di misticismo?«Secondo me non è possibile perché, se lo avessero fatto qualche decennio fa forse avrebbero potuto riuscirci, ma oggi il Tibet è parte della cultura mondiale che per fortuna tutti conoscono, soprattutto per l’aspetto religioso. Nessuno perciò potrà mai cancellare il misticismo dei monaci».– Perché questa tragedia si sta consumando sotto gli occhi spesso indifferenti del mondo?«C’è stata una sottovalutazione di quello che succedeva, ma ora l’indifferenza del mondo ha un nome preciso: interessi economici. Negli anni Sessanta e Settanta in Tibet ci sono state altre repressioni violente. Le guardie rosse della rivoluzione culturale sparavano ai monaci, distruggevano i templi e facevano esplodere le statue dei Budda, aiutati anche da esagitati tibetani. E questo succedeva anche perché i grandi intellettuali europei erano maoisti e fingevano di non vedere gli orrori tibetani».– Nell’ultima sua visita in Tibet ha visto dei cambiamenti?«Ho visto che avevano ripreso la ricostruzione dei templi e i monasteri forse a scopo turistico, ma mi sembrava che qualcosa fosse cambiato. Invece, quello che abbiamo visto nei giorni scorsi mi fa pensare che al momento per il Tibet non sia cambiato niente. Il numero dei morti, dieci, cento o ancora di più, dimostra la brutalità dell’intervento cinese. Le notizie che abbiamo ora non arrivano dai tibetani che sono sul posto, ma dai tibetani in esilio. Quando torneranno i turisti chiusi negli alberghi o gli studiosi sempre in giro per Lhasa forse riusciremo a saperne qualcosa di più. I tibetani potrebbero aver bruciato vivo qualche cinese dentro i negozi incendiati, ma spero che una possibile repressione non stravolga del tutto la difficile convivenza esistente. Spero che nessun focolaio di rivolta si ostini a chiedere l’impossibile. Anche boicottare le Olimpiadi non aiuterebbe a risolvere i problemi del Tibet. Vorrei sperare in un Tibet libero presto, ma in questo momento mi sembra pura utopia».

| Redazione | Scriveteci | Rss/xml | Pubblicità

I diritti delle immagini e dei testi sono riservati. È espressamente vietata la loro riproduzione con qualsiasi mezzo e l'adattamento totale o parziale.

Gruppo Editoriale L'Espresso Spa - Via Cristoforo Colombo n.149 - 00147 Roma - Tel:+39.06.84781 - P.I. 00906801006