Lomasti, l'asso pontebbano che non cercava gli applausi

di LUCIANO SANTIN «P rin o dopo, tu nus âs tignûz duç picjiâz a pendolon pa' tô cuarde; quant che tu a tu âs vût bisugne, no vin podùt far nue par te. Mandi Ernesto». L'amara elegia è di Bruno Contin, uno dei pilastri dell'alpinismo in Canal del Ferro, che firma la prefazione a Non si torna indietro – La storia di Ernesto Lomasti, scritto da Luca Beltrame e tra pochi giorni in libreria, per i tipi di Cda & Vivalda, un libro che anticipa il trentesimo anniversario dalla scomparsa del giovane scalatore pontebbano.
Scrive, Contin, che, avute in mano le bozze, si era apprestato a una lettura calma «diluita nei tempi richiesti da un argomento a me così vicino», e che invece, spinto dalla partecipazione, si è ritrovato «senza alcun controllo e in brevissimo tempo, a dare fondo al testo». E sì che si tratta di un testo ponderoso, oltre 200 pagine, che ricostruiscono una carriera alpinistica vissuta in modo intenso e ansioso, come nel presagio della sua brevità. È morto a vent'anni Ernesto, quando avrebbe potuto crescere ancora, tecnicamente. Arrampicando con gli scarponi ha superato il livello del VI grado, senza saperlo, in quanto la scala delle difficoltà era ancora chiusa verso l'alto. Ha salito, in quel paio d'anni che racchiudono la sua attività di punta, un'ottantina di vie. Spesso itinerari nuovi, ovvero prime (o seconde, o terze) ripetizioni, non di rado in solitaria. E in quei 24 mesi ci stanno anche l'esame di maturità e due ricoveri in ospedale per risolvere una labirintite che a volte gli faceva perdere l'equilibrio persino sui sentieri.
Molti alpinisti hanno legato la loro fama a un'attività costante, che li ha portati più volte alla ribalta. Se avesse fatto quello che ha fatto in un arco di tempo maggiore, Ernesto non sarebbe stato certo considerato una meteora. Anche la locationconta: tanti attori della montagna devono la loro fama, più che all'interpretazione, alla notorietà del palcoscenico di rocce sul quale si sono prodotti. Se non avesse arrampicato quasi solo sui monti di casa (per ragioni pratiche ed economiche, ma anche perché sulle Dolomiti aveva trovato «troppo affollamento, troppa confusione»), lo avrebbero esaltato e fatto conoscere come e più di altri. Ma valgono i giudizi di persone che hanno tutti i quarti di nobiltà per potersi pronunciare. Romano Benet, che valuta la sua via al Piccolo Mangart (fatta in solitaria, in un giorno), più impegnativa del mitico diedro Cozzolino. Ignazio Piussi (di cui anni fa Emanuele Cassarà scrisse che si trattava del più forte alpinista d'Italia in assoluto), che si colloca in terza posizione, dopo il pontebbano e dopo Roberto Mazzilis. E, appunto, Roberto, che con Ernesto ha formato per un breve periodo, una coppia straordinaria, la più forte cordata friulana di tutti i tempi. In molte pagine del libro, Beltrame raccoglie le toccanti testimonianze del carnico, il quale non ha alcun timore di rinunciare a qualcosa della sua fama (sarebbe, del resto, abbastanza difficile), testimoniando delle straordinarie qualità dell'altro Dioscuro del Nord-Est.
Ancora oggi, Mazzilis, tornando dalle scalate, non rinuncia a una sosta per lasciare sulla tomba dell'amico un sassolino portato dalla vetta, gesto simbolico di una devozione nutrita nel profondo del cuore. I suoi aneddoti integrano a meraviglia quanto Beltrame ha trovato nelle relazioni o nei diari di Ernesto, spesso laconico per un'istintiva riservatezza, e nei racconti degli altri che lo avevano conosciuto. Narra, Roberto, che nel 1978, durante una licenza dal servizio militare dell'amico, gli aveva mostrato alcune nuove vie da lui aperte in palestra, anche grazie alla grande novità delle scarpette. Tracciati oggi quotati VII, che lui, in scarponi pesanti, aveva ripetuto senza difficoltà. Però aggiunge ancora il tolmezzino, non si era limitato a questo. «Gli ho fatto vedere un passaggio che avevo individuato mesi prima: lo stavo provando da settimane, e, nonostante i diversi tentativi, né io né nessun altro eravamo ancora riusciti a risolverlo, nemmeno con le scarpette. Allora lui ha inclinato un po' la testa per studiarlo, quindi è partito, sollevandosi con grande semplicità da terra, e dopo aver traversato quel tratto di parete è ridisceso. Ha fatto tutto come se fosse stato un III grado, ma quei quattro metri di traversata direi che, a vista e con gli scarponi, sono un buon IX grado».
Pure Ernesto non era un predestinato, non, almeno, per prestanza psicofisica, o per caratteristiche istintive. La madre lo scopre, a quattordici anni, aggrappato ai pietroni della rosta del torrente, poi registra la scomparsa di una prolunga elettrica, che al ragazzo serve per autoassicurarsi su una roccia, in modo superartigianale. 'Cartuccia", soprannome che la dice lunga, è ancora un adolescente gracilino e con il fiato corto, come riferiscono tutti i suoi compagni di gita della preadolescenza. Ma da allora prende a forgiarsi con allenamenti ginnici e diete severe. Rinuncia agli svaghi e alle compagnie per andare a fare joggingcon uno zaino carico di pietre in spalla, o a lavorare con manubri di piombo realizzati con i sigilli della dogana di Pontebba. Il suo alpinismo affondando le radici in un'età povera e classica (con i chiodi ricavati lavorando un tubo d'alluminio, con i penottamenti alla belle étoilein piazza di Cave del Predil), ma è già proteso nel futuro per i livelli attinti.
Lo spirito, invece, è quello classico: la salita basta a se stessa, è, al di là del livello in cui uno si impegna, può regalare soddisfazioni impagabili ma «purtroppo, essendo la vita di oggi basata, quasi monopolizzata dal denaro, questo è un concetto che tanti non riescono a capire». Concetto coerentemente applicato, quando, alla Scuola militare alpina, il comandante gli propone di diventare istruttore e componente della squadra atleti. Dice di no, Ernesto, e il generale chiama Pontebba per ottenere l'appoggio dei genitori. È sbalordito: una collocazione del genere può garantire al ragazzo un'attività di tipo professionale, in giro per il mondo, con la possibilità di diventare qualcuno: «Mi ha risposto che arrampica per sé e non per esibizione, e che se avesse voluto gli applausi, avrebbe scelto un altro sport». Ad Aosta, dove si svolgono i suoi ultimi mesi di vita, lascia un segno ancora oggi importante, salendo assieme al commilitone Enrico Ricchi («Era quattro gradi superiore a me», il ricordo di quest'ultimo), la 'Via del 94°", su quello che oggi è il 'Pilastro Lomasti". Un'arrampicata molto impegnativa e poco protetta, oggi sostituita da una variante spittata dall'alto. A ripeterla, dopo un primo tentativo fallito malamente, sarà Guido Azzalea (presidente dell'Unione Valdostana delle Guide di Alta Montagna). «Con gli scarponi, io lì non mi sarei alzato di un metro. In quel momento era la via più difficile della zona», racconta. «Lomasti, con quella via, ha fatto fare un grosso salto in avanti alle difficoltà tecniche sino ad allora superate».
Poche settimane dopo, il 12 giugno del 1979, sulla Vallée si susseguono i temporali. Ernesto non si unisce ai compagni di corso che vanno in piscina, e va ad arrampicare ad Arnad. Affronta 'Topo Pazzo" una via facile per lui, visto che non passa il V grado. Non ne uscirà. Lo troveranno esanime, disteso compostamente sull'erba del podere da cui si innalza il pilastro. Dalla sua vita in parete, tanto breve, quanto piena di exploitse gioie, come nota Roberto Mazzilis, rimane l'eredità di «una nuova concezione dell'arrampicata esplorativa, che spalancava le porte del VII grado».
Non si torna indietro
La storia di Ernesto Lomasti

di Luca Beltrame

Cda & Vivalda
200 pagine – 16,00 euro