«I miei 4 anni di prigionia in Russia»
23 luglio 2007 —
pagina 10
sezione: Nazionale
di MARIO BLASONI
Poteva continuare a fare listruttore di piloti a Veneria Reale, presso Torino, ma non ha voluto abbandonare la squadriglia, la 119ª, della quale faceva parte con lentusiamo dei ventanni, ed è partito anche lui per la Russia, con il Csir, il primo corpo di spedizione italiano mandato nel 1941 da Mussolini a combattere accanto ai tedeschi. Abbattuto dalla contraerea sovietica, si è fatto più di quattro anni di prigionia nellUrss - dallUcraina al Kazakistan, dalla Siberia allUzbechistan - anni durissimi insidiati dalla fame e dalle malattie.
«Mi hanno salvato la salute e la conoscenza della lingua», racconta Bonifacio Savio, di Fagagna, classe 1920, allora pilota motorista, oggi maresciallo di prima classe scelto in pensione, ma ancora agile, scattante, attivissimo come ai tempi della campagna di Russia e degli anni dopo il rientro in patria che gli hanno meritato una medaglia di bronzo, due croci al merito di guerra e, infine, un encomio per meriti di servizio quando ha lasciato, nel 1980, dopo 41 anni, lAeronautica militare.
«Facio» Savio è nato a Rive dArcano, figlio di Luigi e di Virginia Buttazzoni, friulani migranti che si erano conosciuti a Kassel, in Germania. Papà Luigi ha fatto la guerra di Libia, nel 1912, e poi anche quella del 1915-18 restando ferito. Ed è morto nel 21, a soli 35 anni, «per conseguenze di guerra». Nel 1932 la povera Virginia, grazie ad alcuni parenti, è andata a Torino con i figli Irno di 17 anni, Bonifacio di 12 e Alfi di 11.
Lei ha trovato un posto di cuoca alla mensa della Questura e i ragazzi, orfani di guerra, sono entrati alla Fiat. Prima i corsi serali e poi lapprendistato: a 15 anni Facio aveva già il libretto di lavoro. È rimasto a Torino fino al 1939, quando si è arruolato. I fratelli, invece, si sono stabiliti nel capoluogo piemontese, dove si sono sposati e hanno avuto due figli ciascuno: Irno è ancora vivente, Alfi è mancato tre anni fa.
Alla Fiat Savio lavorava nel reparto aeronautico. È stato, così, agevolato quando ha fatto il concorso per entrare nella fascinosa Arma azzurra di Italo Balbo. Cè riuscito anche se non era iscritto al partito fascista («la tessera me lhanno data lo stesso, ma io, tengo a sottolinearlo, non mi sono mai occupato di politica»). Ha frequentato la scuola militare a Milano, ha girato vari aeroporti e quando, il 10 giugno 1940, lItalia è entrata in guerra, ha fatto assistenza agli aerei che andavano a bombardare in Francia.
Ai primi di luglio del 41 ha seguito la sua compagnia partita per la Russia. Un lungo viaggio, a tappe - Torino, Gorizia, Mostar in Bosnia, Belgrado, Bucarest, Ploesti in Romania - su un Caproni 111. Impegnato nei primi mesi in bombardamenti leggeri, spezzonamenti sulle truppe nemiche, incursioni verso la linea del Don, Savio si era preoccupato anche di frequentare i corsi interni di lingua russa (come interprete avrà un ruolo importantissimo).
Il 15 novembre 1941 (come ha raccontato anche Giannino Angeli nella sua raccolta di testimonianze Signorsì del 1999) il suo apparecchio venne abbattuto dalla contraerea nella zona di Rostov. Con lui cerano i tenenti Lepri, romano, ai comandi, e Rossini, marchigiano, come osservatore. Si sono salvati col paracadute, ma, raggiunti da un reparto di cavalleria, sono stati catturati.
Condotti a Kaminka, in Ucraina, sono stati sottoposti a 10-15 giorni di interrogatori da una commissione della quale faceva parte nientemeno che il futuro primo ministro e segretario del Pcus Nikita Krusciov.
«Quando il leader sovietico venne a Roma, nel 1962 ricorda Facio Savio citò quellepisodio e chiese di rivedere gli aviatori italiani interrogati a Kaminka. Io, unico superstite dei tre, fui contattato dal fratello del tenente Rossini, un noto avvocato, ma lincontro con il nostro inquisitore di allora non fu possibile».
Gli oltre quattro anni di prigionia del motorista friulano in Russia (fine 1941 - inizio 1946) sono stati durissimi. «Mi ha aiutato il fatto di poter lavorare: dinverno facevo il fuochista in magazzini sotterranei, destate il motorista. Prima nel campo di Artjubinsk, in Kazakistan, che raggiungemmo dopo un viaggio disastroso di 45 giorni. Metà dei prigionieri, tra i quali il mio tenente Lepri, morirono durante una marcia di venti chilometri tra continue bufere di neve. Dopo pochi mesi continua fui trasferito in Siberia, a Karaganda, grande centro minerario di carbone. Lalimenatazione era scarsissima. Si mangiavano le donnole e i topi che io ero bravissimo a catturare quando, in primavera, uscivano dalla neve dopo il letargo. Ci furono casi di cannibalismo ricorda ancora Facio , visto che ai morti mancavano alcune parti: lo ha raccontato anche don Caneva, che ho conosciuto come compagno di sventura. E poi ligiene, del tutto assente: sono stato ventitré mesi senza fare un bagno!».
Nel gennaio 1943 si interessò al suo caso il segretario di Togliatti, Vincenzo Bianco, che gli fece scrivere una lettera alla madre. «Adorata mamma scrisse , non vi è gioia più grande per me nel darti mie notizie, che sono ottime, tanto di salute, grazie al buon trattamento che i russi mi offrono, come pure per il morale...». La lettera arrivò, dopo quattro mesi, «non si sa come, ma almeno mia madre seppe che ero vivo».
Nel terzo campo, a Taskent, nel 1943, qualcosa migliorò, anche perchè la guerra stava finendo e lAsse appariva ormai sconfitta. Gli assegnarono lavori un po più leggeri nelle fornaci. NellUzbekistan ritrovò la dottoressa Alexandra, un po friulana (suo nonno aveva lavorato per la Transiberiana), che già a Karaganda laveva salvato dalla dissenteria. «Presto andrete a casa», gli fece capire.
E finalmente arrivò la liberazione. Un interminabile viaggio di ritorno, 74 giorni di treno («eravamo un migliaio»): lungo le coste del lago Aral, Kiev, la Polonia... E infine, il punto di raccolta italiano, a Pescantina (Verona).
Lucidissimo e pignolo nel rievocare luoghi, date, persone («di quegli anni di Russia dice non ho dimenticato un giorno!»), Facio Savio si commuove fino alle lacrime quando ricorda labbraccio con la madre.
«Arrivai a Torino, ma lei era a Fagagna. Giunto a Udine, la raggiunsi col tram di San Daniele. Quando mi vide emise un grido e mi corse incontro. Piangemmo come bambini. Era il 18 gennaio 1946».
La storia del dopoguerra si può riassumere in poche righe.
Rientrato nellAeronautica, ha prestato servizio a Lecce, alla Base di Vicenza, a Istrana e a Rivolto dove, a 60 anni, nel 1980, ha chiuso la carriera aeronautica. Dal 1955 è sposato con una maestra elementare fagagnese, Caterina Caprin, che ha insegnato soprattutto nel suo paese.
Abitano nella bella casa Formentini, stile 700 veneziano, nella centralissima via San Giacomo, appunto a Fagagna. Hanno un figlio, Claudio, ragioniere, che lavora a Gemona.
A 87 anni suonati, Facio va ancora in bici. Qualche anno fa ha partecipato alla gara degli ottantenni, in Tirolo. Ed è tuttora iscritto al Poligono di tiro del Cormòr (nel 1948 ha vinto il campionato militare con la pistola).
Ma soprattutto il nostro maresciallo motorista, che da ben 27 anni è in pensione, non riesce a stare in ozio: fa ancora qualche lavoro, specializzato comè nella manutenzione di bruciatori e motori di ogni tipo (la sua auto, una Panda del 91, è una mini-officina di pronto intervento con tutti gli attrezzi necessari).
Ha una fama di tecnico efficentissimo che in Aeronautica è rimasta proverbiale. Nel 1964 il capo di stato maggiore generale Canali rimase in panne a Ronchi: il suo aereo non ripartiva. Da Campoformido il comandante, colonello Cumin, lo rassicurò: «Le mando Savio».
«Raggiunsi laeroporto con la mia 500 racconta Facio e gli rimisi a posto il bimotore» Il baricentro della vita e dei ricordi di Bonifacio Savio resta, naturalmente, la Russia della sua giovinezza.
«Mi sono salvato racconta perchè ho tenuto duro. Dicevo a tutti: forza ragazzi, non si può morire a ventanni!». E quando gli chiedono comerano i nostri «nemici» russi, risponde: «I civili buona gente, i militari... un po meno!». E aggiunge, da buon friulano tutto dun pezzo, di quelli di una volta, con un profondo senso del proprio dovere: «Da parte mia, sia in guerra che in prigionia, ho sempre cercato di fare bella figura».