Fioret, una vita intera dedicata alla politica

di ENRI LISETTO

Sottosegretario agli Esteri con tre presidenti del consiglio dei ministri, ha accompagnato, per cinque anni, esponenti del governo e l'allora Capo dello Stato Sandro Pertini nei viaggi ufficiali all'estero. Ha percorso tutti i gradini della carriera politica, da amministratore locale a europarlamentare, poi si è ritirato, «senza rammarico», sperando di essere ricordato «come persona che ha fatto del bene alla propria terra».
Nato il 12 marzo 1930 a Pordenone in via Marsure, dove ora c'è il Bronx, figlio di Ferruccio e Maria appartenenti a una storica famiglia pordenonese di estrazione cattolica, adolescente, scampò ai bombardamento: «Era il 28 dicembre 1944, al mattino passarono i bombardieri ed entrammo in rifugio. Più tardi uscimmo, ma una formazione di bombardieri sopravvenne colpendo con una bomba la casa attigua. L'esplosione distrusse l'abitazione, ma si salvammo protetti da una trave».
Dopo le scuole superiori, il trasferimento a Milano dove Mario Fioret si è laureato all'Università Cattolica: la trasferta gli diede la possibilità di partecipare a corsi di formazione politica con docenti Giuseppe Lazzati, Amintore Fanfani e Giuseppe Dossetti.
Sono gli anni dei primi impegni nella Dc: «La mia famiglia era di tradizione cattolica. Allora si riteneva che l'impegno civile fosse un compito ineludibile dei cattolici per applicare nella società civile la dottrina sociale cristiana. Alla Cattolica e nell'ambiente universitario milanese allora vi erano personaggi che preparavano culturalmente alla vita politica, ma non partitica».
Rientrato a Pordenone, Mario Fioret, a 35 anni, viene eletto segretario provinciale della Dc al momento del riconoscimento dell'autonomia della provincia: era, allora, anche consigliere comunale di Pordenone (1960-75), assessore (1960-65) e capogruppo del Biancofiore. Contestualmente, Fioret emerge anche nel panorama politico nazionale come consigliere della Dc e dirigente per il Dipartimento per gli italiani all'estero.
Dal 1968, Mario Fioret comincia la carriera ai vertici delle istituzioni. Parlamentare dal 1968 al 1987 (e membro del direttivo del gruppo Dc alla Camera nonché responsabile della politica estera), senatore dall'87 al 1992, parlamentare europeo dal 1975 al 1979, sottosegretario agli Esteri con delega agli affari europei dall'81 al 1986 nei governi presieduti da Spadolini, Fanfani e Craxi. Fanfani, in particolare, se lo 'ritrovò" dall'Università al Governo: «Era un uomo estremente pratico e realizzatore» mentre Giovanni Spadolini «fu di grande cultura, aveva una visione veramente ampia dei problemi politici»; il primo presidente del consiglio laico, dopo anni di governo presieduto da democristiani, giunse anche in città per inaugurare Palazzo Gregoris, sede della Società operaia. Definisce Craxi «uno statista di forte tempra e di acuta intuizione politica». I contatti di governo li tratteneva con l'allora sottosegretario alla presidenza Giuliano Amato al quale era legato da rapporti di reciproca stima.
Memorabili le trasferte con il Capo dello Stato Sandro Peritini: «Era un uomo di grande spontaneità e generosità. Con me ha avuto rapporti di grande simpatia e ricordo il grande fascino che aveva anche all'estero il suo modo spontaneo di presentarsi, di stabilire relazioni umane con gli interlocutori, al di fuori talvolta anche del protocollo, ma sempre con alta dignità delle funzioni che ricopriva».
Il 27 ottobre 1979 è una data che il senatore Fioret non dimentica: assieme ai parlamentari friulani e al Fogolar Furlan di Roma venne ricevuto da Giovanni Paolo II in Vaticano: «Ci furono grandi festeggiamenti – ricorda – davanti a un uomo di grande carisma spirituale e di straordinario fascino personale».
La nomina a sottosegretario fu 'favorita" dalla collocazione geografica del Friuli Venezia Giulia «terra di frontiera dove la gente ha una predisposizione ad intrattenere rapporti con i cittadini del mondo. La politica estera, inoltre, è una materia che coltivai fin dal periodo universitario».
Impossibile, parlando di ieri, non paragonarlo all'oggi. «Una volta – racconta Fioret – i partiti erano anche scuole di amministrazione, la politica era concepita quasi come un'arte che si doveva imparare attraverso una serie di passaggi, dall'amministrazione locale in su». Ma i 'partiti tradizionali" sono spariti eppure «ho sempre creduto nella necessità che i cattolici organizzati partecipino alla politica: con il dissolvimento della Dc non mi sono più interessato di politica se non dal punto di vista culturale. Finita la Dc ho ritenuto conclusa anche la mia stagione politica. Resta la passione, ma non coltivo nessuna nostalgia per la politica». Il giudizio sulla Prima Repubblica resta «positivo, gli errori ci sono stati, ma la Dc, in particolare, più che un partito è stata un modo di essere degli italiani, sintetizzato nella formula 'progresso senza avventure". Non intendo giudicare i politici attuali perché sono un politico della Prima Repubblica».
Dal parlamento nazionale, il salto a quello europeo di cui apprezzava in particolare «la brevità dei discorsi. Pur essendoci le ideologie rappresentate dai popolari, dai socialisti e dai liberali c'era un grande pragmatismo nell'affrontare i problemi. Il nostro parlamento, invece, rispecchia il popolo italiano: lunghe discussioni, a volte inconcludenti». Pordenone, a Roma, era «considerata una città di grande sviluppo industriale. Era il periodo della Provincia, si formava una nuova realtà con grande entusiasmo e spirito collettivo, che viveva questa esperienza senza scontri ideologici, per il bene dei cittadini». Una volta c'era «un senso di autostima che ha portato lo sviluppo economico e politico con l'autonomia. Ora questo spirito si è un po' affievolito in analogia a quello che avviene in altre città quando convivono cittadini con culture e modi di vivere diversi. Questo momento di appannamento non va visto negativamente, ma come passaggio necessario per stabilire la nuova comunità sui nostri valori tradizionali». Ma adesso vede profilarsi «un rilancio. Guardo con fiducia all'avvenire, non sono pessimista e credo che l'uomo riuscirà a prevalere sulle ossessioni tecnologiche». Auspica un ritorno del 'sistema-Pordenone" che portò alla realizzazione della Provincia: «All'epoca tutti i partiti e le forze economiche e sociali, agivano all'unisono con grande lealtà».
Infine un bilancio di vita: «Vorrei essere ricordato, siamo tutti uomini, io di una certa età, come una persona che ha voluto bene alla propria terra e ha cercato il benessere del territorio».