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Pena di morte e tortura a lezione da Cesare Beccaria autore più attuale che mai

«Quale può essere il diritto che si attribuiscono gli uomini di trucidare i loro simili? Come mai nel minimo sacrificio della libertà di ciascuno vi può essere quello del massimo fra tutti i beni, la vita? Questo l’interrogativo posto dal Beccaria, assertore che sosteneva il diritto alla vita e condannava l’uso della tortura. Quest’ultimo, scrisse ciò nel 1764, ma il discorso sulla pena di morte risulta essere attuale più che mai. Quando ci giunge la notizia dell’uccisione di vittime innocenti la nostra prima reazione è emotiva: abbiamo un impulso di vendetta, un odio verso l’assassino che sfocia nel desiderio di vedere l’omicida morto. Ma si tratta anche di sete di giustizia, che soltanto la morte dell’assassino sembra poter placare.
La pena di morte non costituisce una punizione efficace nei confronti dei crimini più gravi, ci sono pene alternative quali l’ergastolo o comunque una lunga detenzione. Senza contare che, a causa di errori giudiziari, potrebbe essere giustiziato un innocente. I sostenitori della condanna capitale asseriscono che il sangue va lavato col sangue, che la morte è il castigo adeguato per i criminali più sanguinari e che la pena di morte aiuta la prevenzione del crimine, rendendo più sicura la vita dei cittadini. Personalmente ritengo che l’uomo occidentale ormai ripugni il ricorso all’uccisione legalizzata di un suo simile. Sulla legittima difesa del singolo minacciato di morte si può discutere, ma che sia lo stato a eliminare fisicamente gli individui, ritengo sia sbagliato.
Il principio "non uccidere" è molto impresso in me e si oppone perfino alla naturale aspirazione di vendetta. La reclusione prolungata e la privazione della libertà credo siano misure sufficienti per far scontare la pena al colpevole. Vorrei ricordare che la violenza chiama violenza e ciò può creare un terribile circolo vizioso.
Condivido dunque pienamente la riflessione che lessi un giorno di uno scrittore che scampò alla pena di morte: «Uccidere chi ha ucciso è un castigo senza confronto maggiore del delitto stesso. L’assassinio legale è incomparabilmente più orrendo dell’assassinio brigantesco».
Giulia Giordano
Istituto tecnico Malignani