L'étoile Paola Cantalupo: «Favola eterna»

UDINE. È da anni la stella di una delle compagnie classiche più in evidenza nel panorama della danza internazionale, Les Ballets de Monte-Carlo, e lei, Paola Cantalupo, italianissima di Genova, ma cresciuta a Milano alla Scala, è l'artista-interprete per eccellenza (binomio al quale la danza sembra stia tornando abbandonando la tecnica fine a se stessa), colei che sarà la protagonista di Cenerentola in scena oggi e domani al Giovanni da Udine. Da anni nel Principato, dopo una carriera sempre in ascesa, da Béjart a Neumeier (Bruxelles e Amburgo) sino ai massimi livelli come étoiledel Balletto Nazionale Portoghese, Paola Cantalupo ha contribuito alla crescita del complesso monegasco affrontando tutte le trasformazioni della compagnia, nel repertorio così come nella gestione artistica. Un marito ex- principal dancere oggi osteopata e un figlio, Davide, Paola si ritiene un'artista generosa col difetto di essere sempre in ritardo, una vera malattia – parole sue – da cui cerca di guarire. Appena rientrata da una tournéein Corea e prossima al debutto udinese, ci racconta il suo ruolo, Cenerentola, e il suo rapporto con il coreografo-direttore della compagnia monegasca Jean-Christophe Maillot.
– Prima Romeo e Giulietta, poi La bella addormentata e ora Cenerentola. La rivisitazione dei classici pare aver affascinato Maillot.
«È il pubblico
in primisad amare le belle storie, il sogno ti porta lontano, ti fa viaggiare con la fantasia, non è lo stesso per i balletti astratti. Cenerentola è una storia intramontabile ricca di emozioni e, adesso, il momento è ideale per portare in scena contenuti positivi. Maillot si è reso ben conto di ciò, ha capito che la storia piace un po' a tutti e penso anche a lui che si identifica con questi temi e forse riesce a raccontare di più se stesso».
– Quale evoluzione ha avuto la sua scrittura coreografica nel passaggio attraverso questi tre capolavori del balletto classico?
«I ballerini della compagnia provengono da un formazione di base classica, ma sono preparati per qualsiasi tipo di movimento. Anche Maillot ha ricevuto una preparazione scolastica molto aperta. Il linguaggio che lo contraddistingue è dunque ricco, certamente condizionato dal momento ma senza dubbio spinto dalla suggestione che vuole creare».
– In tutte e tre le opere, Maillot trova sempre una personale chiave di lettura pur lasciando pressoché inalterata la storia...
«Sì, e ciò è evidente soprattutto nell'utilizzo dei ruoli e dei costumi: ne
La bella il principe è un ragazzo di oggi, annoiato, che solo l'amore risveglierà; è circondato da tante donne incinte che rappresentano la fertilità ovvero lo scopo dell'unione, non è un caso poi che la protagonista sia preziosamente custodita con tutta la sua bellezza in un grande bolla trasparente. In Romeo e Giulietta invece sono preponderanti i ruoli di padre Lorenzo, colui che causa il dramma, la nutrice e la madre. Per Cenerentola, invece, la spinta creativa è quella della semplicità del personaggio, il cui essere dimesso significa distinguersi dagli altri ed emergere dall'interiorità».
– Con che criterio ha affrontato il ruolo di
Cenerentola?
«Personalmente trovo
Cenerentola uno dei balletti più riusciti di Maillot: è molto rapido, chiaro, divertente, tutto è vivo e attuale. Questo è un ruolo che mi consente di dire molto e di dare sempre qualcosa di nuovo. Inoltre lavorando a piedi nudi sono libera di andare più lontano con la gestualità attraverso una conoscenza del mondo filtrata dall'innocenza e dalla purezza che caratterizzano il personaggio».
– Nel 2001 ha ricevuto il prestigioso premio alla carriera Danza&Danza, recentemente è stata nominata ufficiale dell'Ordine al merito culturale del Principato...
«Sì, due riconoscimenti importanti e poi, lo scorso anno, sono entrata nel comitato artistico del
Prix de Lausanne, uno dei concorsi per talenti più importanti al mondo, e ho lavorato con uno staffdi docenti e artisti allo scopo di cambiare la formula del premio».
– La formula del cambiamento riguarda anche la sua vita oggi?
«È un momento di cambiamento che mi coinvolge in rapporto al mio lavoro: io voglio capirlo, voglio spendermi al massimo perché sento di dover ancora imparare per poi trasmettere tutto questo. Un giorno».
Elisabetta Ceron