Lodovico di Caporiacco scopritore d'arte rupestre

di ALESSANDRO RINALDINI Dalle Alpi del Friuli Venezia Giulia al deserto della Libia per legare il suo nome a una fra le più importanti scoperte di pitture rupestri che testimoniano la presenze di tribù stanziali con animali domestici a Gebel Auenat, un massiccio alto oltre 1900 metri ai confini fra Libia, Sudan e Egitto. Lodovico di Caporiacco, udinese, classe 1900 (era nato il 22 gennaio da Mary Micoli Toscano e dal conte Giulio), dovrebbe essere ricordato così, ma per una di quelle storie che costellano il mondo dell'archeologia dove meriti e riconoscimenti, spesso, vengono attribuiti a altri, rischia di venir dimenticato. Sulla sua strada, infatti, nel maggio del 1933, a sud dell'oasi di Cufra, arriva il conte ungherese László de Almásy, classe 1895, una vita avventurosa, descritta in modo romanzato nel libro e nel film omonimi, Il paziente inglese, più volte nel deserto del Sahara alla ricerca della mitica oasi di Zarzura con le Storiedi Erodoto in valigia. O, perché no, alla ricerca dei resti dell'armata perduta del re persiano Cambise, 50 mila uomini che, come scrive Erodoto, nel 250 avanti Cristo viene investita dal chamsin, il vento dei 50 giorni, e sepolta sotto la sabbia. L'ungherese, infatti, polemizzerà con Caporiacco per il riconoscimento della scoperta e, alla fine, vincerà. Così, quelle pitture rupestri color ocra e bianco di buoi, uomini, donne e antilopi nelle grotte di Ain Doua, 'fonti" in lingua araba, a sud-est di Gebel Auenat, ricopiate una a una da Lodovico di Caporiacco e descritte minuziosamente da Paolo Graziosi dell'Università di Firenze nel 1934, unico testo sui disegni di mano ignota in pieno deserto, sono le pitture del conte Almásy. L'udinese, zoologo di chiara fama, specializzato in aracnologia, non riesce a ottenere il dovuto ricoscimento e le sue dodici tavole, dipinte su carta lucida, rischiano di finire dimenticate da tutti negli archivi del Museo nazionale di antropologia e etnologia di Firenze. Un'avventura nel deserto, quella di Lodovico di Caporiacco, che merita di essere raccontata e collocata nella sua giusta dimensione, ossia quella di un uomo che amò il suo lavoro e che, un giorno, per caso, per una di quelle incredibili e non cercate situazioni, si trovò a vedere una delle opere d'arte più grandiose realizzate dall'uomo millenni or sono: opere che ne testimoniano lo spirito e ne raccontano la vita attraverso il disegno.
Il conte Lodovico di Caporiacco arriva in Libia, a Bengasi, il 2 febbraio 1933, in nave, dopo la partenza avvenuta il 31 gennaio da Siracusa. A chiamare in Libia lo zoologo friulano, allora assistente di ruolo all'ateneo di Firenze, già accanto ad Ardito Desio sul Karakorum, compagno di studi fin dal liceo Stellini di Udine, è il governatore della colonia italiana, Rodolfo Graziani. Caporiacco deve aggregarsi alla spedizione dell'Istituto Geografico Militare di Firenze capeggiata dal capitano Oreste Marchesi, alpino, di Trento. La missione ha per scopo il rilievo all'1:100.000 delle oasi e degli altri punti importanti, Gebel Archenau e Gebel Auenat, a sud dell'oasi di Cufra e il rilievo all'1:400.000 di tutto il territorio attorno a Cufra e la localizzazione al suolo del 25° meridiano a est di Greenwich e il 22° parallelo nord che segna il confine egiziano-libico. Cufra è l'oasi, dove, nel 1894, la confraternita dei Senussi stabilisce la propria capitale, in pieno deserto, poi espugnata dalle truppe italiane nel 1930, mettendo fine alla rivolta anticolonialista italiana. Un territorio inesplorato, ricco di pozzi di acqua, sul percorso Sudan-porti mediterranei della Libia, da sempre strada di collegamento dell'Africa nera con i ricchi mercati della costa. Il 7 febbraio il conte udinese parte da Bengasi verso Gialo, prima tappa ad Aghedabia. Descrive tutto il suo viaggio nel libro Nel cuore del deserto libico(Garoglio, Firenze, 1936. A Gialo resta due giorni e qui arriva l'autocolonna che lo porterà a Cufra, 700 chilometri più a sud, dopo un viaggio fra serir, sabbia e paesaggio giallo e dune. L'autocolonna è composta da 16 automezzi Spa e da quattro camionette leggere Fiat, con un trattore a cingoli caricato su un camion per trainare gli eventuali mezzi insabbiati. Il viaggio per Cufra dura sette giorni con alterne avventure, insabbiamenti, notti freddissime e tempeste di sabbia. Il percorso prevede una tappa al posto Trucchi, in pieno deserto, dal nome della società italiana di autotrasporti che garantisce i collegamenti automobilistici, una volta alla settimana, fra Cufra e Bengasi. L'arrivo a Cufra è il 16 febbraio, dopo l'aggregazione alla spedizione Marchesi, che è nel deserto da tre mesi. Con il capitano Marchesi ci sono il capitano Piero Veratti e i tenenti Federico Giova e Giuseppe Taschon. In tutto, una ventina di uomini bianchi e una quarantina di ascari libici, oltre al cuoco eritreo, equipaggiati con quattro camion Fiat 606 e quattro automezzi leggeri Fiat 514.
Cufra, in arabo 'infedeli", è un territorio molto vasto con alcuni villaggi composti da zeribe, case con il tetto di foglie, una moschea e poche abitazioni circondate da palme e laghetti. «Ricca di palme e canneti – scrive Caporiacco –, ha una moschea, un suqdue volte la settimana. L'oasi ha piccoli villaggetti con case e zeribe». A sud di Cufra sono pochi gli esploratori che hanno battuto quelle piste. Le zone attorno a Gebel Archenau e Gebel Auenat sono state esplorate dal diplomatico egiziano Ahmed Mohammed Hassanein Bei nel 1923, ma erano note agli arabi fin dai secoli scorsi. Lo stesso diplomatico, nel 1924, a Karkhul Thal, nella zona a nord-ovest del massiccio di Gebel Auenat, scoprì pitture rupestri raffiguranti giraffe e altri animali selvatici. La spedizione Marchesi si accampa il 2 aprile nella zona di Ain Doua, in lingua locale 'piccole sorgenti", all'estremo sud-est della grande montagna scalata dal maggiore inglese Richard Bagnold nel 1932. Il campo è composto da cinque tende per gli uomini, una per la mensa e una per la cucina, più alcune tende per gli ascari e il capanno della sala radio con l'antenna alta una decina di metri. Caporiacco descrive varie escursioni nella zona e alcune esplorazioni in quota. «Le cime – scrive nel libro – sono composte da gneisse arenarie, granito, nero e rossiccio. Sono cime dall'aspetto alpino». Lui, alpino, guarda quei rilievi e pensa alle sue montagne di casa. Al campo e a Cufra la spedizione Marchesi riceve varie visite: un giorno arrivano quattro aerei inglesi con i loro equipaggi, poi il topografo inglese Clayton e Lady Clayton, esperti di deserto, e H.G. Penderell, comandante delle forze aeree in Egitto: ha un appuntamento con il conte ungherese László de Almásy che discende da Gilf Kebir, più a nord-ovest, in territorio egiziano con una spedizione ungherese-tedesca-egiziana. Il 7 maggio i militari del capitano Oreste Marchesi e lo stesso Caporiacco attaccano la vetta principale di Gebel Auenat alle quattro del mattino. A mezzogiorno arrivano in cima e scoprono il piastrino del maggiore Bagnold. La delusione è grande: la vetta è già stata raggiunta, ma un attento esame livellometrico rileva che a poco distanza c'è un cucuzzolo più alto, esattamente 1.934 metri contro i 1.794 rilevati dall'inglese. È festa e si brinda con l'acqua delle ghirbe. Il punto più alto si battezza seduta stante Vetta Italiae vi si lascia un piastrino, «lasciando, in una bottiglia, il 'libro di cima" di Gebel Auenat». La missione continua, con escursioni ed esplorazioni, e Caporiacco cataloga la flora e la fauna. La temperatura è alta e ogni tanto arriva qualche piovasco: una vera manna dal cielo in luoghi dove piove ogni trent'anni. Per due mesi gli uomini restano a Ain Doua, ripartendo il 31 maggio, facendo la spola con Cufra e tutti gli obiettivi militari prefissati vengono raggiunti.
L'ultimo giorno della presenza della missione Almásy, il 14 maggio, scrive Caporiacco: «Il servo negro del conte Almásy, cercando un posto riparato dal sole sotto le rocce, penetrò per caso sotto un masso di granito che faceva da tetto: alzò gli occhi e ci vide delle figure dipinte». Sabir Mohammed, questo il nome dell'autista sudanese al seguito della spedizione Almásy, chiama il conte ungherese e lo stesso Caporiacco. I due accorrono e «non stentiamo a riconoscere che si tratta di pitture rupestri evidentemente antichissime, in parte ben conservate, in parte sbiadite». Caporiacco avvisa gli ascari e con la promessa di un premio tutti cercano e trovano. Due giorni dopo scoprono «ben dieci altri sassi dipinti, tra i quali due con figure di una nitidezza straordinaria a vari colori e perfettamente conservati». Seguono 15 giorni «di lavoro febbrile per me – scrive sempre Caporiacco – per le varie centinaia di figurine dipinte sulle rocce». Le pitture copiate da Caporiacco sono animali domestici come buoi con le corna ricurve, come le descrive Erodoto. Alcune figure sono contornate, altre sono colorate all'interno. Il tratto è grosso e spesso rozzo. «Gli animali sono ben fatti e spesso a vari colori come nel caso del bos africanus: i colori usati sono giallo, bianco e ocra e sul collo hanno dipinto la corda nerastra». È segno evidente, scriverà poi Paolo Graziosi nel libro Le pittura rupestri di Ain Doua(Firenze, 1934), che si tratta di descrizioni di scene di persone con animali domestici a differenza di altre pitture rupestri che ritraggono animali selvatici. Almásy, che le vede, parla di cavalli, ma Caporiacco azzarda a zebre e, poi, c'è un disegno singolare che potrebbe essere un piccolo elefante o un cervide. E ancora: un cerchio contiene due figure umane, forse è la prima rappresentazione di una casa. Poche le figure femminili e di bambini e i disegni sono stati dipinti sulle rocce nella loro posizione originale. Molte, poi, le impronte delle mani degli artisti immortalate con il colore ocra sulle rocce. Chi sono gli autori? Nei dintorni di Ain Doua sono «frequentissimi le schegge di selce: ora, la selce non esiste a Ain Doua ed è dunque chiaro che questi manufatti sono stati eseguiti con pietre che a Ain Doua non ci sono e che sono state portate, e solo una civiltà dell'epoca della pietra può giustificare un simile impiego di materia prima». Caporiacco si spinge oltre e ipotizza che a dipingere quelle figure siano stati appartenenti a tribù dei Tibu, «cioè selvaggi libici che infestarono i confini orientali dell'Egitto: questi Tibu sono descritti dagli egiziani come popoli barbarici che mettevano piume nella capigliatura». Alcuni uomini dipinti a Ain Doua hanno delle piume in testa. Per Paolo Graziosi si tratterebbe di notevole rassomiglianza con i dipinti boscimani dell'Africa meridionale e propriamente camitica e dei boscimani stessi. E gli animali domestici dimostrano che quando piove «ci sono pascoli» fino a Gilf Kebir, dove Almásy ha trovato uno scheletro di una mucca.