I FRATELLI DI SAN MICHELE

San Michele è soltanto uno dei comuni del Portogruarese, ma l'eco della sua presa di posizione a favore di un ritorno al Friuli ha invaso tutto l'antico mandamento tra il Tagliamento e la Livenza. Il referendum di domenica, se sancirà la volontà di lasciare il Veneto per rientrare in Friuli, potrà reinnescare analoghe iniziative nel restante territorio, che già nel 1991 scelse analoga soluzione. La ragione alla fine prevale. L'assegnazione del Portogruarese a Venezia da parte dell'Austria (all'indomani della fine di Napoleone) non tenne conto né della storia né della geografia.
E tutto rimase com'è – nonostante le guerre, vinte o perse a seconda dei punti di vista – fino a oggi. Un tentativo fu fatto nel 1946, promotrice la Camera di commercio di Udine che, in una memoria dedicata al riconoscimento del Friuli a Regione, chiedeva vi fosse aggregato anche il mandamento di Portogruaro con i suoi undici comuni. In sede di sottocommissione per la Costituzione (18 dicembre) la richiesta non fu accolta.
Dolci ricordi. Il Movimento popolare friulano per l'autonomia regionale (Mpf) nacque poco dopo, il 19 gennaio 1947. E tra i firmatari del manifesto che pubblicammo allora, figurava – accanto a Chino Ermacora, a Pier Paolo Pasolini e ad altri – Attilio Venudo, di Portogruaro, più tardi senatore della Democrazia cristiana. Era un'adesione significativa. Come significativo fu l'appoggio, successivamente intervenuto, di Paolo Lino Zovatto, pure di 'Puart" e più esattamente di 'Danòn" (Annone), docente nell'università di Padova, storico e archeologo. E nella deliziosa Portogruaro si tenne uno dei primi incontri del neonato movimento. Il 4 marzo, con Antonio Allatere e Luigi Ciceri, esponemmo a sindaci e consiglieri comunali della zona qual era la prospettata riforma regionale, indicando le due soluzioni: rimanere nella regione veneta o inserirsi in quella friulana (vi fu anche un analogo articolo pubblicato in un nostro numero unico).
Il discorso rimase lì, come rimase lì il discorso su Sappada. Anche Sappada è Friuli: oltre a tutto fa parte dell'arcidiocesi di Udine (mentre Portogruaro è diocesi a sé, che comprende Pordenone).
A proposito di Pordenone. Recentemente Arnaldo Baracetti rilevava la strana posizione della città del Noncello (e della Rex) che, di fronte alle note iniziative referendarie, taceva e tace, avvolta in dignitoso riserbo. Secca forse a una Pordenone (ormai fatta per metà di non friulani, causa recenti importazioni) che nel Portogruarese si parli di Friuli senza il suo permesso? Misteri misteriosi: tanto più incomprensibili in quanto che un ritorno di quella terra alla sua regione naturale significherebbe un ampliamento e un arricchimento, quanto e soprattutto al turismo, della Provincia occidentale.
La quale Provincia, vedi caso, è nata nel segno delle friulanità, per la via anomala del circondario. Affermava il suo sindaco Gustavo Montini il 18 ottobre 1964: «L'unità spirituale del Friuli, cementata dai secoli, corroborata dal fluire dei rapporti fra le zone che lo compongono e dalla stima profonda fra gli uomini che vi operano, rimane qualcosa di indiscutibile e di definitivo e che noi intendiamo garantire come un patrimonio dal quale perennemente attingere impulso ideale per il nostro domani». E il successore di Montini, Giacomo Ros, il 26 febbraio 1968: «La Provincia di Pordenone è nata non come elemento di rottura dell'unità friulana, che è comunanza di vicende storiche insieme sofferte, di tradizioni, di aspirazioni, di interessi, ma, nel quadro di questa intatta e permanente unità friulana, come elemento di equilibrio territoriale, di più moderna e funzionale distribuzione dei servizi, come strumento di propulsione teso al progresso morale e materiale delle nostre popolazioni». Queste citazioni, per ricordare ai pordenonesi il passato prossimo e il passato remoto (contro cui poco possono le sirene d'oltre Livenza e d'oltre Timavo) e per constatare che un ritorno del Portogruarese recherà sana linfa friulana a troppi cittadini Doc e non Doc di Portus Naonis: cittadini cui puzza che, appena si mette piede nei centri contermini, si continui a parlare nella lingua materna, il friulano: la nobilissima lingua materna che, scriveva Pasolini, è l'odierno latino.
Come si vede, gli abitanti di San Michele sono considerati «cari fratelli friulani» (come si è espresso di recente Riccardo Illy, colto da improvvisa passione friulanista) non da oggi. Ma il più autentico significato di questo abbraccio tra le due rive del Tagliamento sta nel fatto che San Michele non si è mosso a favore del Friuli perché qualcuno, in clima referendario, è stato largo di promesse economiche, fino al punto di assicurare che, dove non è arrivata finora Venezia, arriverà Trieste. No: San Michele si è mossa soprattutto per un profondo sentimento che riscopre le antiche radici. È il sentimento che muove i cuori: l'economia viene dopo.
San Michele, chiamata 'la Cassino del Nord" per essere stata rasa al suolo dalle cinquanta giornate di bombardamenti aerei che la straziarono fra il 1944 e il 1945, si appresta a dare nuova voce ufficiale alla sua volontà. Da una finestra fra le nuvole guarderà sorridente alla storica giornata, che è anche sua, il caro Nelso Tracanelli, che operò tanto, con l'azione e con lo scritto, a favore dell'identità comune e soprattutto della lingua (ancora oggi diffusa in tutto il Portogruarese e che ebbe già nel cinquecentesco Giovanni Battista Donato uno splendido interprete). E l'imminente congresso della Società filologica darà solenne rilievo al ritorno dei cari fratelli friulani.