Ascese sulla Grauzaria

Poiché per le montagne l'altezza è un elemento connotativo fondamentale, in molti c'è la convinzione che quella tra i mille metri e i duemila metri sia la fascia dell'escursionismo, e solo più sopra si apra quella dell'alpinismo. Una posizione fomentata, nel Nord-Est, dalla particolare morfologia orografica delle Dolomiti, i cui valichi stradali raggiungono quasi tutti la fatidica quota 2.000. Per capire però come a contare sia il monumento e non la base che lo regge, vale la pena di conoscere gruppi che, pur secondari e modesti per elevazione assoluta, hanno un'imponenza e una severità di forme esemplare, ma soprattutto un' allurealpina che a volte manca sulle addomesticate cime dei Monti Pallidi.
Tra questi è la Creta Grauzaria, una vetta simbolo per il Friuli. Sorge, con i suoi 2.006 metri, nelle primissime Alpi Carniche, là dove il corso del Fella si innesta sul Tagliamento a definirne i contorni, separandole dalle Giulie. Colse bene questo aspetto Julius Kugy che ne fece una delle mete preferite per le sue uscite 'mordi e fuggi", in virtù della vicinanza alla linea ferroviaria Pontebbana. Come il vicino Sernio, dice, «pur non arrivando ad altezze considerevoli, sa mantenere all'ingiro il più indovinato aspetto d'una vetta d'alta montagna».
La sua silohuette, spesso coperta dallo stesso Sernio e dallo Zuc dal Boor, che si presentano con maggiore autorevolezza, sfugge dalla piana udinese, per svelarsi all'imbocco di Val Resia. Dove essa incombe con maestà e forza soggiogante è però nella Val Aupa, che con il Fella, il But e il Canal d'Incarojo perimetra il suo sedime. Un piccolo mondo alpino fatto di contrafforti boscosi e radi pascoli dai quali, su un anello di ghiaie si alzano pareti, torrioni, creste, nervature e canali precipiti, camini e ballatoi, forcelle, circhi sospesi.
Storicamente, nella zona, fu la crete, per antonomasia. Solo nell'800, con il crescente bisogno di definizione dei rilievi, le venne aggiunto il nome del paese che sorge ai suoi piedi, Grauzaria, toponimo che il Gaberscik rimanda a un diminutivo di grav-ùz, ghiaia, ipotesi persuasiva visti i fiumi di macereti che manda al piano.
Incardinata al già citato Sernio, dall'aspetto dolomitico e complesso, la montagna avanza le sue propaggini in faccia all'Amariana, pilastro d'angolo della Carnia. Oscar Soravito le dedicò una piccola monografia, parlandone come di un «ambiente severo e grandioso», che «conserva intatto il fascino della montagna e della natura primitiva: un tono rude, tormentato, domina ogni cosa». La Creta Grauzaria – è ancora Soravito che scrive – si presenta «con una formidabile massa rotta da canali e ghiaioni, sostenuta da formazioni rocciose dalle quali emergono arditi campanili e innumerevoli pinnacoli; in alto le pareti terminali svettano, pulite, aeree».
A salirla per primi, il 18 giugno 1893, furono Arturo Ferrucci ed Emilio Pico, due 'cittadini", guidati dai Filaferro di Bevorchians: Giovanni, in veste di guida, e Giacomo, quale portatore. Fu, probabilmente, una prima ascensione vera, perché la cuspide sommitale richiede un breve ma decisivo innalzamento verticale su roccia, appena II grado, sufficiente però per precludere la via ai camosci, e di conseguenza ai cacciatori. Questi ultimi avevano sicuramente contezza, invece, dell'intaglio del Portonàt, varco nel cuore della montagna, a quota 1860, e della Cengle dal Bec, che attrezzata alcuni anni fa dalla sezione di Pontebba del Cai consente un lungo, faticoso, ma gratificante periplo del piccolo acrocoro.
Scomparsa Casera Flop, un tempo solo possibile ricovero per gli alpinisti, oggi la Grauzaria dispone di due punti d'appoggio. Il primo è il piccolo rifugio omonimo, costruito dalla sezione Cai di Moggio in alta Val Flop, a quota 1.250 m, proprio sotto la Sfinge, lo strapiombante pilastro sul quale sono state tracciate le vie più difficili (oggi è in ristrutturazione, riaprirà, gestito, forse già nell'estate entrante). L'altro è il bivacco Dionisio Feruglio, realizzato dalla Saf al centro del Gran Circo, un ripiano detritico a 1.700 metri d'altezza, sotto le pareti Est. Per arrivare all'uno e all'altro occorre una discreta scarpinata. E ancora più lungo e selvaggio (per questo poco percorso, ma consigliabilissimo a chi ama la Wilderness), il profondo Cjanal di Forcje, che collega il paese di Grauzaria (516 m) al Portonàt.
Sulle rocce della Creta sono scritti i nomi di molti che in maggiore o minor misura hanno fatto la storia dell'alpinismo in Friuli. In ordine alfabetico, per non far torto a nessuno: Paolo Bizzarro, Marcello Bulfoni (il leggendario 'orso", gestore del rifugio), Giovanni Cantoni. Napoleone Cozzi (che con Tullio Cepich, nel '900, aprì quella che per l'epoca fu la direttissima), Riccardo Deffar e Vladimiro Dougan (autori della prima ascensione invernale, nel '28). Dionisio Feruglio e Cirillo Floreanini. Mario Di Gallo, Gino De Lorenzi e Celso Gilberti. Sergio De Infanti (che nel '68, con Antonio Solero, vinse il 'naso" della Sfinge). Kugy, naturalmente, autore della prima traversata per cresta Sernio-Grauzaria. Sergio Liessi e Roberto Mazzilis, forse il più forte tra gli arrampicatori friulani d'oggi. E Toni Rainis, Attilio De Rovere, Rodolfo Sinuello, Oscar Soravito, Renzo Stabile (caduto proprio qui, sulla Cima dai Gjai). Tutti hanno voluto lasciare un segno, o forse un pegno. Perché è stata una cima rispettata e amata, la Grauzaria, anche se mai à la page.
All'inizio dello scorso secolo Kugy ne descriveva la «rampicata breve e facile, ma tanto graziosa», e la vista dalla vetta «così bella che questo monte m'ha sempre dato gioia». Soravito, negli anni 50, era certo che sarebbe diventata «il punto di ritrovo, la palestra, il banco di prova e trampolino di lancio degli alpinisti nostri». Non è andata in questo modo, fortunatamente, la frequentazione è calata piuttosto che aumentare; e a prevalere, in Friuli, sono state cime e pareti di rapido accesso. La Grauzaria, così, nello scorrere dei decenni, non è cambiata: sui suoi sentieri, segnati ma non troppo curati, e per nulla turisticizzati, così come sulle sue classicheggianti vie in roccia, aleggiano ancora il sonoro silenzio della montagna e un'aura severa e forte che rimandano alla francescana semplicità dell'alpinismo primevo. Per chi sa goderne, la vera letizia.