Antoniutti, ricordo di un pastore friulano

di GIUSEPPE LONGO Se l'antica pieve di Nimis – uno dei più importanti luoghi di culto del Patriarcato di Aquileia – fu riportata alla sobrietà e bellezza delle linee romaniche, nei generali restauri del 1964, è merito del cardinale Ildebrando Antoniutti del quale si sono ricordati i trent'anni della morte. E la matrice, dedicata ai martiri Gervasio e Protasio, fu una delle primissime, se non proprio la prima, in Friuli a essere adeguata alle nuove disposizioni liturgiche dettate dal Concilio. Antoniutti da appena due anni era stato infatti elevato alla dignità della porpora da Giovanni XXIII, il Pontefice che convocò il Vaticano II ma che non lo portò a termine. Così, il presule friulano fu completamente assorbito dai lavori conciliari, sia nella fase giovannea sia in quella conclusiva di Paolo VI, per cui ebbe modo di applicare proprio alla chiesa di Nimis che amava di più, e nella quale è sepolto, la riforma adottata dall'assemblea ecumenica, facendo costruire l'altare a mensa su cui il sacerdote avrebbe celebrato rivolto verso i fedeli, non più in latino ma in lingua italiana.
E proprio il ruolo che Ildebrando Antoniutti ebbe nel Concilio è stato più volte sottolineato a Roma, nella basilica di San Sebastiano sulla via Appia Antica, da monsignor Elio Venier, pure lui friulano, che ha tenuto un affettuoso discorso commemorativo del porporato nell'ambito di una solenne cerimonia voluta da Comune e Parrocchia di Nimis, col sostegno dell'Arcidiocesi di Udine, e dal Fogolâr furlandella capitale guidato dall'instancabile Adriano Degano. Nella chiesa in cui era 'incardinato" è stato infatti inaugurato un busto in bronzo, copia di quello posto di fronte alla tomba, opera di un altro illustre figlio di Nimis: Rodolfo Zilli, morto nel 1976 e legato d'amicizia al cardinale. Ancora bambino, era andato al seguito del padre scalpellino in Austria, tanto che l'opera fu realizzata nel castello di Lannach. Per cui alla cerimonia romana, con la delegazione di Nimis guidata dal sindaco Renato Picogna e dall'arciprete Rizieri De Tina, c'era anche il borgomastro della località stiriana gemella, Josef Niggas – che pure ha finanziato l'iniziativa –, assieme a un gruppo di concittadini. Il busto – la cui collocazione è stata caldeggiata anche dal figlio dello scultore, Rodolfo Zilli – è stato benedetto dal cardinale Agostino Cacciavillan, che aveva accanto i vescovi friulani Domenico Pecile (che ha letto un messaggio di monsignor Brollo) e Pietro Garlato, tra i canti del coro del Fogolârdi Milano diretto dal maestro Gazzetta.
Una cerimonia che ha dunque offerto l'opportunità di riscoprire la poliedrica figura di Ildebrando Antoniutti, sotto il piano umano, religioso e culturale. Anzi, proprio il lato culturale è quello forse meno esplorato del cardinale – di cui si parlò molto nel Conclave in cui fu eletto Giovanni Battista Montini, tanto che in Friuli si nutrivano speranze, neanche tanto segrete, che la fumata bianca potesse riguardare proprio lui. Anche se l'interessato minimizzò: «... chi sa non parla e chi non sa parla e inventa» –, ma che ha invece una dimensione di particolare rilievo: tra l'altro, conosceva alla perfezione parecchie lingue, a cominciare dal cinese. «Quanto fosse un uomo di molteplici interessi culturali – ha affermato il sacerdote-giornalista – lo dicono le molte nomine onorifiche in università e istituzioni di alto prestigio, ma soprattutto i circa settemila volumi che lasciò in dono alla biblioteca del seminario arcivescovile di Udine». E ancora: «Un ampio discorso – ha aggiunto monsignor Venier – si dovrebbe aprire anche sulle sue pubblicazioni: raccolte di studi, discorsi, resoconti, soprattutto periodici per l´approfondimento, la promozione, la divulgazione della vita consacrata». Un'intensa attività, culminata pochi mesi prima di morire, nelle Memorie autobiografiche.
In effetti, Ildebrando Antoniutti soltanto nacque nel suo amato Friuli, nel 1898, perché cominciò ben presto, dopo una breve parentesi di insegnamento, a incamminarsi lungo la impegnativa via diplomatica, cominciando dalla Cina a fianco del conterraneo monsignor Celso Costantini. Quindi la Nunziatura di Lisbona. Nominato arcivescovo ad appena 38 anni, fu accolto a Nimis, dove si era formato alla scuola di monsignor Beniamino Alessio, con trionfali cerimonie. Quindi partenza per la delegazione apostolica in Albania. Al termine, la prima missione nella Spagna dilaniata dalla guerra civile. Nel 1938 fu nominato delegato della Santa Sede in Canada e Terranova, dove si sarebbe fermato ben quindici anni: furono proprio gli amici di laggiù ad aiutarlo a ricostruire dopo la guerra l'abitazione paterna, che volle trasformare in una moderna casa di riposo. Ma a quell'epoca è legato anche un episodio che sottolinea la generosità di monsignor Antoniutti: salvò la vita a un friulano facendogli arrivare la penicillina, ancora sconosciuta in Italia, attraverso la valigetta diplomatica.
Poi il rientro a Madrid nel 1953 come nunzio: all'inizio del 1962 il generalissimo Franco, secondo prassi, ebbe l'onore di consegnargli la berretta cardinalizia inviata da Roma, ma il galero gli fu imposto da Giovanni XXIII nel Concistoro segreto del 24 maggio. A Roma il 1º luglio prese possesso proprio della basilica delle catacombe e in settembre venne in Friuli. Superfluo soffermarsi sui festeggiamenti che Udine e Nimis riservarono al loro nuovo cardinale: l'ultimo era il già ricordato Costantini.
Alla morte di Angelo Roncalli, nel 1963, Antoniutti fu indicato come papabile, ma le preferenze premiarono Montini. E uno dei nuovi atti di Paolo VI fu proprio quello di chiamare il nostro porporato in Vaticano, nominandolo prefetto della Congregazione dei religiosi e affidandogli altri prestigiosi incarichi. Il 1º agosto 1974, mentre tornava in Friuli, trovò la morte sull'autostrada del Sole nei pressi di Bologna. Nimis lo attese invano per il consueto periodo di riposo: invece, due giorni dopo si raccolse per dare l'ultimo saluto al suo 'Brando". Fra i numerosi vescovi, c'erano anche il cardinale fagagnese Ermenegildo Florit e il patriarca di Venezia Albino Luciani, che nel 1978 sarebbe diventato Papa per un mese.
Ma di Ildebrando Antoniutti cosa resta dopo trent'anni? L'ha spiegato, concludendo, lo stesso monsignor Venier: «Dobbiamo incontrare anche oggi l'uomo e il sacerdote Antoniutti, sempre fedele a se stesso, monolitico, degno, anche per chi non ne condivideva le idee e i metodi, della massima stima, ma ricco di fede e di umanità come deve essere un autentico pastore friulano».