L'insegnante che s'immolò per la libertà

Nell'atrio dell'aula magna del centro studi, da diversi anni ingresso alle sale di Cinemazero, anche uno spettatore distratto finisce per accorgersi della grande lapide in marmo che ricorda Terzo Drusin 'partigiano Alberto", Medaglia d'Oro al Valor Militare, trucidato dai fascisti della banda Leschiutta - Capellin sessant'anni fa, il 9 dicembre 1944. Già il luogo, destinato in origine alle scuole pordenonesi, ci suggerisce che Drusin era un insegnate, oltre che un combattente per la libertà. E la sua figura emerge, prepotente, dal bel libro di Antonio Pavanello che il Comune di Pordenone ha pubblicato quasi vent'anni orsono.BRMaledetta mezzadria, è il caso di dire, a Pordenone come in tutto il Friuli, Manzano compresa, dove Terzo nasce nel borgo di "Case", sull'argine del Natisone, il 28 gennaio 1913, ultimo dei dieci figli di una famiglia di mezzadri destinato, ancora bambino, a lavorare i campi e accudire le mucche. Con la mezzadria si sopravvive di magri raccolti, metà dei quali sono appannaggio dell'agrario ingordo. Ogni anno si è sempre in balìa di siccità e grandine, cui si abbina la cattiveria del padrone quando, a San Martino, può cacciarti senza motivo alcuno.BRTerzo Drusin che, nato bravo, è il primo della classe, in quarta smette di studiare: i suoi hanno bisogno di braccia. Ma, nefasta fatalità, un grave incidente gli cambia la vita.BRDopo la grande guerra tutti recuperano materiale bellico, fonte di reddito sparsa un po' ovunque. Un residuato costa a Drusin tre dita della mano destra e l'amputazione della gamba. Non può più lavorare la terra e in famiglia decidono: con una gamba di legno non farà neanche il prete. Terzo riprende a studiare con l'impegno di chi deve riuscire. Quattro anni in due; finite le medie frequenta l'Istituto Magistrale di San Pietro e poi l'Università Cattolica a Milano. La laurea in Pedagogia è del 18 giugno 1940, con una tesi su "La sintassi del dialetto friulano", anche se il regime impone una vuota retorica sull'italianità. Drusin insegna materie umanistiche in quella stessa scuola magistrale che lo aveva visto studente. E' un intellettuale acuto, ironico, lo cercano: i comunisti di Manzano ritornati dal confino, l'Azione Cattolica, alla quale si iscrive e, in seguito, anche i fascisti. Drusin affascina le belle donne. Si sposa nel giugno del '42 con Lea Domenis, figlia del segretario del fascio di Pùlfero e, proprio Terzo Drusin, lo troviamo nominato segretario fascista di San Pietro all'inizio del '43. Convinzione? La patria da difendere dai partigiani di Tito ormai ben organizzati? Può darsi. Ma ogni remora viene spazzata via l'8 settembre 1943. Dopo l'armistizio tutto crolla. Il re scappa, l'esercito si sfalda, il Friuli viene invaso dai nazisti, i fascisti diventano loro servi, dunque: la Patria è fra i monti. I tedeschi durante un rastrellamento arrestano cinque amici di Drusin che finiscono a Dachau, lui, braccato, ripara in casa di conoscenti. È il 6 ottobre 1943, Drusin da alcune settimane organizza i giovani del borgo per raggiungere i partigiani garibaldini sul Collio. Non può più rimanere a San Pietro, troppi rischi, gli assegnano una cattedra alla scuola media di Pordenone, dove la grande stagione della Resistenza inizia nella tarda primavera del '44. Sono i ricordi dei suoi ex alunni, ormai anziani - raccolti nel libro di Pavanello - che ci consegnano il Drusin partigiano "(...) Col passare delle settimane veniva in classe sempre più stanco, con la barba non fatta e qualche schizzo di fango sui vestiti. Noi capivamo che aveva fatto la notte in piedi. Chissà dove. (...)Tuttavia con noi riusciva a essere sempre sorridente e affabile... forse la scuola rappresentava il suo momento di distensione". BRTerzo Drusin è convinto assertore dell'unità fra tutte le forze politiche del movimento partigiano. E nel territorio dell'attuale provincia di Pordenone in agosto le formazioni garibaldine, comuniste, e osovane, cattoliche, si uniscono. E' il fatto politico di maggior rilievo per la Resistenza friulana, in grado di assurgere a esempio anche per tutte le altre formazioni partigiane in Italia. In montagna nasce la Brigata Unificata Ippolito Nievo A, in pianura la Brigata Unificata Ippolito Nievo B comandata da Rino Favot "Sergio"; commissario è Ardito Fornasier "Ario", entrambi comunisti. L'ex ufficiale di Cavalleria Franco Martelli "Ferrini", cattolico, è invece il Capo di Stato Maggiore e Terzo Drusin "Alberto", comunista, cura la stampa clandestina. Drusin ormai è alla macchia, rari i suoi rientri in famiglia per abbracciare Lea e la piccola Daniela, appena nata. Le sue menomazioni fisiche non gli impediscono di operare senza sosta per raccogliere approvvigionamenti da inviare ai partigiani e soprattutto di scrivere e ciclostilare decine di numeri di "Liberazione", il periodico della Brigata Ippolito Nievo, e del giornale comunista "L'aratro e il Martello". Restano estremamente attuali le analisi di Drusin sulla indispensabile unità dei democratici per abbattere il nazifascismo e sul rifiuto di ogni modello di "civiltà", non solo quello nazista, fascista, ma di qualsiasi "civiltà" se imposta con guerra, stragi, torture e morte. La sua attività frenetica si svolge nella bassa pordenonese dove basta poco per essere presi. Centinaia di patrioti finiscono torturati e uccisi. Drusin si sottrae alla cattura attraversando il Meduna a nuoto assieme a Dino De Carli di Prata, eccezionale figura di combattente. Nella notte fra il 16 e 17 ottobre entrambi stavano recuperando le provviste di un lancio alleato. Un mese dopo viene fucilato Franco Martelli "Ferrini" ed è quasi l'annuncio di una fine imminente, che arriverà il 9 dicembre 1944.BRSigfrido Cescut