Stati d'ansia acuta e attacchi di panico

di PAOLO VERONESE Caro professore, confesso di avere molte paure, immotivate, ma spesso più forti di me. Leggendo da sempre la sua rubrica, so che ha trattato spesso questi argomenti, ma le racconto quello che mi è capitato poco tempo fa per avere un suo parere: tra le mie fobie c'è anche quella della seggiovia, ma ho cercato di vincermi e ci sono salita; ebbene, poco dopo essermi seduta, mi è venuto un attacco di panico fortissimo, tanto che ho avuto il mio bel daffare per scendere all'arrivo (se non fossi stata aiutata sarei ancora lì!). Mi è durato un po' anche dopo e ho fatto grande fatica a calmarmi, nonostante avessi subito preso un sedativo (ne faccio comunque uso saltuario). Le chiedo se questo era un vero attacco di panico o, come ricordo di avere letto nella sua rubrica, se si sia trattato di uno stato d'ansia particolarmente violento.BRLettera firmata, UdineBREgregio professore, sono una ragazza di 39 anni e soffro da alcuni anni di disturbo da attacco di panico (Dap). Sono seguita dal punto di vista farmacologico e psicoterapico da specialisti. Telefonando alla sede Lidap (Lega italiana contro i disturbi d'ansia e di panico) ho saputo tramite i suoi referenti che nella provincia di Udine non è stato creato nessun gruppo di auto-aiuto per questo disturbo. Io abito a Manzano e vorrei incontrare persone che condividano lo stesso problema per darsi una mano a vicenda, perché alcune volte ci si vergogna o si teme di non essere capiti a fondo, e soprattutto perché ci si sente molto soli. Se c'è qualcuno che risiede nella mia provincia e desidera telefonarmi, può chiedere il mio numero di cellulare alla redazione. Ringrazio per lo spazio concesso.BRLettera firmata, ManzanoBR/I/BBComincio con il rispondere alla prima lettrice, anche perché è l'unica ad avere posto una domanda: è vero, ricorda abbastanza bene quello che avevo scritto. Quello che le è capitato non è un vero e proprio attacco di panico, ma uno stato d'ansia acuto (il che equivale alla sua definizione di 'particolarmente violento"). Infatti, perché si possa parlare di attacco di panico non devono esistere le condizioni che comportino un forte incremento della tensione emotiva, di timori, di paure più o meno motivate. La situazione in cui lei si trovava, piacevole per alcuni, indifferente per altri, per lei era fonte sicura di ansia, a priori. Che è cresciuta a dismisura nel momento che si trovava ovviamente nell'impotenza di cambiare qualcosa, di uscirne. I sintomi e le sensazioni che deve avere provato sono perfettamente sovrapponibili a quelli dell'attacco di panico, ma la loro origine ha basi diverse. Le ripropongo un brevissimo quanto significativo esempio: sono a letto, alle nove di mattina di una giornata festiva; mi portano gentilmente il caffè e il giornale e, mentre in tutta tranquillità mi appresto a bere e a leggere, il cuore comincia a battere accelerato, il respiro si fa corto, vengo colto da grandi paure (di morire, di impazzire...), con tutta una serie di altri sintomi che non mi dilungo a descrivere. Questo è un attacco di panico. Se sono, invece, un claustrofobico e mi chiudono in un ascensore (magari al buio), starò più o meno allo stesso modo, ma per uno stato d'ansia acuto. Alla seconda lettrice, che pure è seguita da specialisti, dico che il suo numero è a disposizione di chi voglia mettersi in contatto con lei, nella speranza che possa servirle a qualcosa.