Con il romanzo di Paola Drigo si conclude la prima serie la seconda comincerà con "L'elenco telefonico di Atlantide"

Paola Bianchetti, in arte Paola Drigo, nata a Castelfranco Veneto nel 1876 dal conte Giuseppe Valerio, garibaldino, repubblicano, politicamente impegnato, studioso, se non profondo, poliedrico, e da Luigia Anna Loro, figlia dell'avvocato Giovanni Battista, deputato al Parlamento, crebbe in un ambiente aristocratico raffinato e culturalmente vivace. Diversamente da altre scrittrici dell'epoca (Sibilla Aleramo, Grazia Deledda, Matilde Serao, Ada Negri furono tutte autodidatte) compì un corso di studi superiori frequentando il ginnasio liceo Canova di Treviso (prima donna nella storia dell'istituto) e la Scuola Normale di Padova. Sposatasi poco più che ventenne con l'ingegner Drigo, di Mussolente, visse nella villa di Ca' Soderini, trascorrendo le stagioni invernali, negli anni antecedenti la prima guerra mondiale, a Roma, dove frequentò i salotti mondani e intellettuali, a Milano e a Padova, dove morì il 4 gennaio 1938.
Il suo esordio letterario avvenne in età matura: fu nel 1912 che cominciò a pubblicare su riviste importanti quali La Lettura, Nuova Antologia, L'Illustrazione Italiana, Il Secolo XX le novelle raccolte nei due volumi editi da Treves nel 1913 ( La fortuna) e nel 1918 ( Codino), cui soltanto nel 1932 fece seguito La signorina Anna (in totale, una ventina di testi). Novelle, scrive Patrizia Zambon, «oscillanti tra le storie e i toni di un tragico realismo, infinitamente dolente, e quelli di una mondanità leggera e sorridente, o amaramente disincantata; ha parte con esse nel vasto reticolo di temi e figure della scrittura femminile tra i due secoli, dedicata con determinazione a raccontare storie femminili tragicamente eclatanti, ma anche di tragica ma piana quotidianità, nelle quali si accampa una sensibilità, si realizzano una capacità di attenzione e di analisi dell'inespresso, un racconto di vite disattese, conculcate, anche violentemente ferite, una volontà di dare centralità narrativa alla condizione femminile, che danno, all'interno di una stagione culturale condivisa, specifica significatività ai testi d'autrice».
Fu soltanto nel 1936, nelle condizioni di disagio e sofferenza che segnarono l'ultima fase della sua vita, che la sessantenne Drigo tornò prepotentemente alla scrittura con due romanzi ('racconti", li chiamò):
Fine d'anno, singolare romanzo di formazione in contingenze avverse d'una donna ormai in età, tra bilancio e ridefinizione esistenziale, e Maria Zef, il suo capolavoro. Scrisse Manara Valgimigli, il più acuto e generoso esegeta della Drigo, che «il suo occhio e il suo animo erano inclinati a guardare e considerare di preferenza la povertà e la miseria, a giustificare e a compatire, nella povertà e nella misera, anche il vizio e anche la colpa»: e Maria Zef è l'ultima, la più dolente e pietosa delle tante figure femminili (Nanna, Innocenza, Adelaide, Paolina, Anna...) protagoniste delle sue novelle: «modeste creature senza splendore, a cui pochi o nessuno presta attenzione, figure in penombra, vestite solamente della loro sincerità e del loro dolore» (così la Drigo nella prefazione a La signorina Anna).
Maria Zef, presto dimenticato, e per la morte dell'autrice e per lo scoppio della seconda guerra mondiale, al suo apparire s'impose all'attenzione della critica ed ebbe illustri recensori, a cominciare da Piero Pancrazi per il quale il romanzo «è tale che certamente non scolorisce di fronte alle cose più forti della Serao o della Deledda». Tra le sue osservazioni, mi pare interessante che Pancrazi da un lato rilevi come un difetto l'uso (l'abuso, a suo parere) dei «toni bassi» che mortificherebbero il carattere tragico del racconto ma dall'altro riconosca dietro alla mano poco vivace «una testa insolitamente forte»: «Avviene perciò per Maria Zef e la sua storia», conclude, «il contrario che per tanti personaggi dei racconti d'oggi: che brillano finché dura la pagina, e si spengono a libro chiuso. E la tragica Mariutine invece, allontanandosi, si ravviva e cresce nel nostro ricordo». Poiché in questa collana sono comparse le novelle di Caterina Percoto, da Pancrazi cito anche questo giudizio: «Leggendo i racconti della Drigo, m'è successo più volte di pensare, (e non solo per la suggestione dei luoghi e della gente), a un'altra delicata e vigorosa scrittrice veneta, la Caterina Percoto, di cui il Tommaseo fece la bella lode che, 'nata contessa e cresciuta negli studi, ha pensieri tanto unanimi con le anime de' poveretti e de' semplici". Meno rassegnati certo, meno casti nel loro dolore, ma, anche perciò, più drammatici, sono i poveretti della Drigo. Che, pure credendo in Dio e nella Provvidenza, non ne traggono assai lenitivo o diversivo alla loro pena; che perciò resta tanto più umana e consumata sulla terra».
Un apprezzamento con molte riserve è quello di Arnaldo Bocelli che dopo averla etichettata come «l'ultimo dei veristi» rimprovera alla Drigo «un di più affettivo nei rapporti fra la scrittrice e le sue creature» che recherebbe «grave pregiudizio della stessa verità veristicamente intesa». Non più che bozzetti e ritratti le novelle della Drigo, per Bocelli, cui
Maria Zef appare come un «ritratto in movimento», misuratamente ambientato ma non sufficientemente risolto sul piano del ritmo e dell'unità narrativa: momenti e trapassi del racconto sono «detti, non rappresentati... non risultanti dallo svolgimento intrinseco del dramma e dei suoi attori». Il libro manca di coerenza, i paesaggi sono resi in modo «frettoloso, trito, e mal connessi con la vita intima dei personaggi e del dramma cui pure dovrebbero servire da contrappunto», la scrittura della Drigo è a volte «sciatta e prosastica», da cronaca piuttosto che da racconto. E se Pancrazi rifletteva che le parole di pietà di Mariute nei confronti del barbe che si accinge a uccidere «sono forse più grandi di lei; ma in quel punto, e soltanto in quel punto, Mariute non è più solo se stessa: lì, ella è e il personaggio e lo scrittore. Una licenza d'alto stile, che talora si presero anche i grandi», per Bocelli il «discorso interiore di Maria... risente troppo della sillogistica della Drigo» e dunque poeticamente poco persuasive. Unico episodio completamente riuscito, per lui, quello della serata carnascialesca in casa del gobbo. Censure che paiono discendere da una concezione troppo angusta della narratività, e da una lettura miope, se non piegata a intenti polemici nei confronti del Pancrazi, e che soverchiano gli apprezzamenti, che pur ci sono, ma d'ordine psicologico e morale piuttosto che letterario.
A farne giustizia è invece il saggio, affettuoso ma senza pregiudizio dell'acribia, che oserei dire definitivo, di Manara Valgimigli, di cui cito alcuni passaggi: «Veramente la Drigo è una maschia donna... una scrittrice virile... La Drigo ha occhi fermi e implacati. La sua verità è sempre una verità scoperta e chiara, dura e amara... la povertà e la miseria, massimamente della giovinezza e della fanciullezza, sembra le forniscano quasi un mezzo e un potere di semplificare, di denudare, di ridurre all'essenziale il nòcciolo umano, senza inganni, senza illusioni e delusioni, senza menzogna...». Quanto a
Maria Zef, che la Drigo gli confidò aver composto laboriosamente, lungamente cercando di condurlo a unità, Valgimigli afferma che «pochi romanzi hanno una compattezza di costruzione interna ed esterna come questo. Dove tutto è necessario; dove non c'è scena o figura, né pagina o parola che potrebbe non esserci o non essere in quel punto e in quel modo», ed esemplifica convincentemente, soffermandosi sulle molte «pagine stupende» del libro e, anche lui, sulle parole di pietà di Mariute per Barbe Zef: «a tale altezza è portato il racconto che la colpa più repugnante, il più turpe e sozzo e osceno strazio che si è fatto sopra una creatura diventano solo sventura e miseria; e ogni sozzura si disquama e cade appena è bagnata dal pianto e toccata dalla pietà. E il racconto non è più mito ma poesia solamente».
E in Friuli? Apparve su
Ce fastu? una recensione, siglata 'a.", verosimilmente di Alceste Saccavino, che contiene un interessante richiamo al dramma Il zoc di Ercole Carletti (1931), analogo per forma e sostanza al romanzo della Drigo, e un apprezzamento per Maria Zef di cui «devono compiacersi anche i friulani, poiché l'ambiente in cui si svolge la semplice trama è friulano o, meglio, carnico ed è ritratto assai bene». Di compiacimento, o di attenzione, nessun'altra traccia all'epoca. Morta la Drigo, scoppiata la guerra, non bastarono le «poche e povere ristampe» di Garzanti a ravvivare l'interesse per Maria Zef sino a che, nel 1981, non ne fu tratto in versione friulana (con sottotitoli italiani) il film di Vittorio Cottafavi realizzato dalla ReteTre dalla Rai su sceneggiatura di Siro Angeli e dello stesso regista (nel 1954 anche Luigi De Marchi aveva realizzato un Condannata senza colpa. Maria Zef, assente da gran parte delle filmografie). Sull'onda del film si ebbero nel 1982 una nuova edizione curata da Livio Garzanti e nel 1989 la traduzione in inglese di Blossom S. Kischenbaum: discreta la versione, a detta dei recensori statunitensi, malamente abborracciata la prefazione, con inesattezze e approssimazioni d'ogni genere sul Friuli, la sua lingua e la sua letteratura.
E in Friuli? Avvenne per
Maria Zef quanto era accaduto vent'anni prima per Gli ultimi di Turoldo: molti accolsero il film (ma lessero, o rilessero, il libro?) come un'intollerabile rappresentazione della nostra terra e delle nostra gente, quasi che alcolismo e incesto non fossero realtà storiche delle zone alpine, frutto della miseria e dell'isolamento, e la ripulsa fece aggio sull'apprezzamento estetico. Tra i momenti alti del dibattito che ricondussero al giudizio sulla Drigo scrittrice, memorabili l'articolo di Claudio Magris La forza di raccontare una vita indicibile: «Scevra di ogni pathos moralistico-sociale-umanitario, Paola Drigo ha l'imperturbabile forza epica dello scrittore capace di ritrarre oggettivamente la realtà e di rendere giustizia delle sue contraddizioni» e la prefazione di Livio Garzanti, che confronta per differenza Maria Zef ai «grandi incubi della letteratura nordica» e alla tragedia classica, facendone risaltare la pacatezza, l'idillio, la pietà per i personaggi che «ci sembrano più vicini al reale che non gli umili e gli oppressi della nostra tradizione letteraria».