L'ultimo amore di Federico Fellini

Il 31 ottobre 1993 Federico Fellini moriva al Policlinico Umberto I di Roma, e il mondo del cinema perdeva uno dei suoi registi più geniali, insignito pochi mesi prima del quinto Oscar, quello alla carriera. Fiumi di inchiostro sono stati versati per descrivere e comprendere la sua opera, che, per ricchezza e capacità di suggestione, si presta a sempre nuove interpretazioni. Eppure sembra che il genio del mago riminese non si possa facilmente carpire o racchiudere in qualche seppur affascinante definizione. Quando meno te l'aspetti, ecco che, quasi come una rinnovata araba fenice, riappare sotto nuove spoglie. È quello che accade in questi giorni con l'esposizione di 29 tavole inedite di Federico al Guggenheim Museumdi New York, assieme ad altre iniziative collaterali, come la retrospettiva di tutti i suoi film restaurati a cura di Cinecittà. La collezione, che apparteneva a una signora romana, Gianna Cobelli, è stata acquisita da Maite Carpio Bulgari, studiosa e appassionata di Fellini, e presentata per la prima volta al pubblico. I disegni in seguito gireranno fra vari istituti e musei del mondo. Gianna Cobelli, ispiratrice del ciclo, ha deciso di uscire allo scoperto e di dare alle stampe i suoi diari che vedranno la luce, appunto, in questi giorni.
Gianfranco Angelucci, amico e collaboratore di Fellini per trent'anni, ha curato la prefazione del libro, con l'intento specifico di ricordare il regista, ma anche di fornire la chiave di lettura più adeguata a un'opera di Fellini di cui non si conosceva l'esistenza e che può vantare un eccezionale valore pittorico, autonomo rispetto ai tanti disegni occasionali da lui schizzati in ogni frangente.
Chiediamo ad Angelucci di ricordarci il suo primo incontro con la signora: «Gianna Cobelli è una creatura di emozionante femminilità, dotata di quelle caratteristiche riconducibili a un'aura, che può tradursi nel sorriso, nello sguardo, nel movimento, nel gesto. Non si tratta di seduzione, che allude a una maestria, ma di pura e semplice animalità femminile, quel quidinesprimibile che Goethe, e al suo seguito gli scrittori romantici, risolsero nella sintesi di due sole parole: eterno femminino. Non sapevo dell'esistenza di Gianna, come nessun altro fra gli amici di Fellini, finché non la incontrai all'Ospedale degli Infermi di Rimini, nell'estate del 1993, in occasione della tragica malattia di Federico, l'insulto dell'ictus che aveva gravemente minato il suo fisico. Oggi che lei stessa ha deciso di uscire allo scoperto, tralasciando ogni discrezione, posso rivelare che la signora Elena, del mio romanzo Federico F., era fedelmente ispirata a Gianna».
– Come sono questi disegni inediti?
«In tecnica mista (tempera, matita grassa, pennarello ad alcool, carboncino), i disegni sono stati eseguiti a beneficio 'dichiarato" della signora Gianna, la quale costituì verosimilmente l'ultima fiammata di passione erotica dell'artista prima della malattia e della scomparsa. Quando fui chiamato a dirigere la Fondazione Fellini, tentai di acquisire quei disegni perché fossero debitamente conservati negli archivi dell'Istituto e non andassero dispersi fra collezionisti privati. Mi sembrava che quel ciclo, così coerente per esecuzione e ispirazione, servisse a proiettare una luce di chiarezza sull'intera opera grafica di Fellini, e ricondurre il suo talento pittorico al suo valore autonomo. La maggior parte dei disegni conosciuti e fino a oggi pubblicati, infatti, sono stati affrettatamente catalogati fra lo scherzo e l'occasione, assegnati al genere caricaturale, e posti in relazione soprattutto alla ricerca preliminare di volti e situazioni funzionali alla successiva messa in scena delle storie cinematografiche».
– Fellini nasce come disegnatore e vignettista...
«Nell'immediato dopoguerra collaborò infatti assiduamente per quasi un decennio, con bozzetti, idilli, articoli e vignette, con la casa editrice Nerbini di Firenze e il celebre Marc'Aurelio. Il suo originario slancio creativo era indirizzato – come egli stesso testimonia in più passi dei suoi scritti – verso l'espressione figurativa, a imitazione dei grandi disegnatori dell'epoca che considerava di fatto i suoi maestri: dal riminese Demos Bonini, agli affermatissimi e ammiratissimi Nino Za e Enrico De Seta».
– Qual è il legame tra i disegni di Fellini e il libro-testimonianza della Cobelli?
«Gianna ci fornisce uno sfondo a quei disegni, ricostruendo in forma diaristica le connotazioni di un amore, ma sarebbe meglio dire di una passione, un'estasi dei sensi, riesplosa in anni recentissimi, ma accesa e sviluppata, senza nessuna continuità, nell'arco di quasi mezzo secolo. Al tempo de Il bidone, Gianna era una irresistibile aspirante divetta di 17 anni, avida forse più di vita che di cinema. Da quel primo incontro giovanile, per entrambi famelico, rapace, e inconsapevole dei futuri sviluppi, la storia si dipana fino all'ultimo imprevedibile ritrovamento nell'estrema stagione di vita dell'artista».
Germana Snaidero