11 agosto 2003 —
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sezione:
Gorizia
Persone semplici e cordiali. Ecco come descrivere Filippo, Sabrina, Ricky e Manuela, meglio conosciuti come «quelli del Rototom». Qualcuno (che non li conosce) dice che sono miliardari, ma incontrandoli non si direbbe proprio: nelle loro parole e nel loro modo di essere si scopre ancora una gran voglia di fare cultura senza mai dimenticare quel sogno hippy che dice «Uun altro mondo è possibile». Loro che credono ancora in questo sogno e che un po si sentono la realizzazione di esso, hanno festeggiato da poco il decimo compleanno del
Rototom Sunspalsh, un festival la cui notorietà ha oltrepassato di molto i confini regionali e nazionali. Per ledizione 2003, conclusa da poche settimane, si parla di oltre centomila presenze, con una media di 10 mila visite giornaliere. Un grande risultato, ottenuto nonostante questanno il festival sia durato solo 8 giorni, e non 10 come nelle scorse edizioni, e che gli artisti proposti siano stati puramente reggae e non si sia dato molto spazio alle sperimentazioni, come si è fatto spesso in passato. Di certo, il buon tempo li ha aiutati molto, ma queste sono cifre possono reggere il confronto con festival molto più grandi e conosciuti come ad esempio l
Heiniken Jammin Festival, che in tre giorni di durata registra una media giornaliera di 10-12 mila presenze. Oggi il
Rototom Sunsplash è diventato un appuntamento fisso a livello europeo, tanto da far crescere linteresse per questa musica su tutto il territorio nazionale.
Quale sarà mai il segreto del successo di questi giovani organizzatori? Lo abbiamo chiesto proprio a Filippo, Sabrina, Ricky e Manuela, che ci hanno accolti nella loro
base operativa di Zoppola rispondendo praticamente ad una sola voce alle nostre domande. Sentiamoli: «Il riconoscimento che abbiamo avuto dal pubblico negli ultimi anni è forse dovuto al fatto che siamo partiti dal basso. Abbiamo un gran numero di collaboratori che ci sostengono perché sanno chi siamo e ci hanno visto combattere contro determinati pregiudizi. Il fatto stesso che proprio questanno ben 2000 persone abbiano comprato gli abbonamenti al festival ancor prima di conoscerne il programma dimostra che esiste un tessuto molto compatto che ci sostiene. Inoltre, è interessante notare come oggi siamo diventati un punto di riferimento anche per molti altri organizzatori italiani: alcuni anni fa, per esempio, visitavamo
Arezzo Wave per imparare da loro, oggi sono invece loro a visitarci per apprendere qualcosa da noi».
Perché avete scelto proprio il reggae come musica trainante di questo festival?
«Dobbiamo ricordare che il
Rototom Sunsplash è nato dopo la nostra esperienza di organizzatori di concerti a Gaio di Spilimbergo. Allepoca, ci rendemmo conto che il reggae era un genere musicale che funzionava, che trovava un buon riscontro da parte del pubblico. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che il primo
Rototom Sunsplash era dedicato più a noi e ai musicisti appassionati che al grande pubblico. Veniva mantenuto con i proventi di altre attività culturali curate da noi, mentre oggi riesce a mantenersi da solo e a comprendere molti gruppi di lavoro. Così, abbiamo cominciato a tastare la scena. In seguito, linteresse è cresciuto sempre di più».
Secondo voi, a cosa è dovuto questo grande interesse che si è creato negli anni attorno a questo genere musicale?
«Noi pensiamo che il reggae riscuota un grande successo per la sua connotazione sociale. Affronta temi importanti quali la pace, la ricerca di giustizia, la lotta per la libertà. Si tratta di temi che oggi sono molto attuali. Il rischio è quello di perdere i contenuti originari espressi da questa musica: per questo motivo impieghiamo molto più tempo ad organizzare le attività collaterali inserite nel festival che i concerti. Lobiettivo è fare di questo festival un raduno internazionale di cultura alternativa, un raduno di gente che la pensa in una certa maniera. Un appuntamento in cui si pensa».
Nellultima edizione, anche il neo-assessore regionale alla cultura Roberto Antonaz vi ha fatto visita in veste di cittadino. Intervistato da
Connesso.it., Antonaz ha sottolineato la sua volontà di dare un riconoscimento ufficiale al festival. Che ne pensate?
«Sarebbe bello e sarebbe giusto. Noi abbiamo sempre lavorato in modo indipendente senza poter disporre di aiuti istituzionali e lintervento delle istituzioni ci aiuterebbe a dare dei servizi migliori al pubblico. Pensiamo, ad esempio, al fatto che molti ragazzi scendono dal treno a Gemona e poi non hanno i mezzi per raggiungere il festival: è in situazioni come queste che le istituzioni dovrebbero intervenire per agevolare la riuscita del festival. Molte spese, legate ad esempio alla sicurezza o alla sanità, ricadono sulle nostre spalle».
Cosa vuol dire organizzare un festival di queste dimensioni?
«Vuol dire avere una grande passione una sorta di spirito missionario. Forse è uno di quei pochi festival in cui gli organizzatori devono assumersi grandi responsabilità».
Alcune voci dicono che nei prossimi anni vi sposterete a Roma...
«Si tratta di una notizia sbagliata: non ci pensiamo nemmeno di andarcene dal Friuli. Un
Rototom Sunsplash a Roma non sarebbe altro che un festival tra i tanti festival che già ci sono, mentre qui rappresentiamo qualcosa di unico. Infatti, il
Sunsplash è lunico festival in regione che permette alla gente di fermarsi e trascorrere una piccola vacanza fuori dal mondo. Inoltre, ci sentiamo molto integrati con il territorio: lo stesso Comune di Osoppo si è sempre dimostrato molto favorevole alla cultura che proponiamo e ad ogni edizione cè una forte interazione tra noi ed il territorio circostante, tanto che allinterno del festival sono gli stessi negozianti e commercianti della zona a realizzare i servizi legati alla distribuzione di bevande e cibo. Il
Sunsplash in Friuli ha una sua funzione sociale: è lunico evento che può essere vissuto interamente come uno stile di vita. Esso non rappresenta la cultura dello sballo come molti lo definiscono, ma è semplicemente un fare cultura assieme».
Come vi sentite invece di fronte alla regione e al suo
background pluriculturale e plurietnico?
«Di certo ci sentiamo aperti verso qualsiasi tipo di cultura. Del resto, il
Rototom Sunsplash è anche in festival delle minoranze, loccasione in cui vengono valorizzate le diversità. Il diverso ci arricchisce, ci incuriosisce e allo stesso tempo siamo convinti che anche noi siamo il diverso. In Friuli ci sono molte culture diverse e la sua bellezza sta proprio nel fatto che vi siano inserite realtà slave, tedesche e ladine e un gran numero di immigrati».
Il primo
Sunsplash nasce a Spilimbergo, lo stesso punto di partenza di
Folkest. Secondo voi, è soltanto un caso?
«Sì, solo una casualità. Di solito, è nelle zone più depresse che qualcuno riesce ad inventarsi qualcosa di nuovo e coinvolgente per la gente. È vero che le due musiche, il reggae e il folk, sono accomunate dal senso delletnico e delle radici, tuttavia la localizzazione del primo festival è solo una casualità».
Due parole sullesperienza del Cerit?
«Indubbiamente, è stata per noi unesperienza positiva: abbiamo combattuto per un concetto. Allepoca cera chi pensava che la cultura doveva essere messa allultimo posto. Noi abbiamo occupato il Cerit perché i giovani avevano bisogno di spazi, perché cerano molte realtà che venivano tagliate fuori. Pordenone era un concentrato di risorse culturali che non avevano più voce e per questo era giusto alzare la voce. Ne è valsa la pena. La rifaremmo se fosse necessario».
Qualche anticipazione sul prossimo
Sunsplash?
«Nomi non possiamo ancora farli, ma di certo possiamo dire che, se questanno il festival è stato principalmente reggae, è nostra volontà riprendere con le sperimentazioni musicali nei prossimi anni. Ad ogni modo, limpegno più grande sarà quello per le attività collaterali ed i servizi: in particolare, pensiamo di realizzare una mostra dei mezzi che funzionano ad energia alternativa attraverso luso dellelettricità e dei pannelli solari. Il fine sarà proprio quello di invogliare le persone a fare uso di queste risorse. Lundicesima edizione si svolgerà sempre al parco Rivellino di Osoppo, dal 2 al 10 luglio 2004».
Piero Cargnelutti