Renzi punta a chiudere i conti sabato

di Gabriele Rizzardi wROMA Il Pd proporrà un solo nome da candidare al Quirinale. Niente terne ma una proposta secca, per non dare agli altri la possibilità di decidere. E chi non è d'accordo lo dica prima. Matteo Renzi illustra prima all'assemblea dei deputati Pd (ma Pier Luigi Bersani non si fa vedere) e poi a quella dei senatori il metodo per arrivare ad indicare, senza amare sorprese e laceranti divisioni, il successore di Giorgio Napolitano. Il percorso immaginato prevede che i 460 grandi elettori del Pd votino scheda bianca alle prime tre votazioni. Quella decisiva per eleggere il capo dello Stato sarà quella di sabato mattina, ossia la quarta, quando il quorum da raggiungere sarà più basso (505 voti su 1.009) rispetto alle prime tre votazioni. Ma il nome arriverà «prima di sabato», assicura il vicesegretario Lorenzo Guerini. «I nomi dei candidati alla presidenza della Repubblica non li facciamo perché poi decidano altri» spiega Renzi, che prova a rassicurare i suoi parlamentari e prevede che con l'elezione del nuovo capo dello Stato non si ripeterà la figuraccia del 2013. «Oggi abbiamo un'occasione di riscatto e nessuno ha il diritto di veto» scandisce il premier, per il quale il voto che formalmente si aprirà giovedì prossimo non può rappresentare l'occasione per un regolamento dei conti interno al Pd. «Il voto per l'elezione del presidente della Repubblica non è un referendum sul governo o su di me. E va tenuto separato dalle riforme e dalla legge elettorale» mette in chiaro Renzi, che vede nel voto dei grandi elettori un passaggio fondamentale sulla credibilità del Pd: «Non scommetto sulla vostra fedeltà ma sulla vostra intelligenza. Noi crediamo nel Pd, luogo di discussione» taglia corto il premier, che prova a compattare i suoi lanciando un appello all'unità (come gli chiedeva la minoranza dem). L'obiettivo è quello di giungere alla definizione di una candidatura condivisa del Pd. Un nome che sappia resistere agli «stress test», spiega il premier, che ricorda anche il pericolo dei franchi tiratori che per l'elezione di Carlo Azeglio Ciampi furono 180 e per Francesco Cossiga 170. Renzi cerca di sollecitare l'orgoglio e il senso di appartenenza dei suoi parlamentari e dalla minoranza arriva una inaspettata apertura di credito. Stefano Fassina definisce sbagliato individuare una candidatura «contro» ed auspica che il Pd riesca a superare unito la prova del Quirinale: «Va cercata la massima condivisione e in questo caso dobbiamo cercare l'interlocuzione con Forza Italia». Davide Zoggia, invece, boccia l'idea della scheda bianca e afferma che la scelta del nome «deve essere del Pd per evitare che venga associata al patto del Nazareno» mentre Pippo Civati, con una lettera aperta, lancia ufficialmente la candidatura di Romano Prodi. Nettamente contraria al metodo proposto e intenzionata a mettere in difficoltà Renzi, la coppia Grillo-Casaleggio ieri ha inviato una lettera ai parlamentari del Pd per chiedere loro i nomi dei candidati «da far votare agli iscritti on-line». Quel che è certo è che nel M5S la tensione è alle stelle. Tancredi Turco fa sapere che giovedì non voterà il nome «deciso a Milano da Casaleggio» mentre sarebbero almeno 10 i deputati pentastellati pronti a lasciare il gruppo già oggi. Perché? «Anche stavolta non è stata consultata l'assemblea dei parlamentari né gli attivisti» spiegano i dissidenti, che in mattinata terranno una conferenza stampa. Quanto a Fi, l'incontro Renzi-Berlusconi non si terrà prima delle consultazioni al Nazareno che cominceranno oggi, fa sapere Maria Rosaria Rossi. E Fitto? Il capo dei dissidenti azzurri non fa marcia indietro: «Berlusconi non deve mostrare per l'ennesima volta un'obbedienza cieca a Renzi. Per il Quirinale serve una personalità autonoma e di rilievo internazionale». ©RIPRODUZIONE RISERVATA