UN'ALTRA PROMESSA DISATTESA

di ALBERTO FLORES D'ARCAIS Venti giorni dopo le elezioni che hanno segnato il punto più basso del doppio mandato di Barack Obama alla Casa Bianca, i quartieri in rivolta, gli edifici bruciati, le decine di arresti e i feriti (pochi per fortuna) sono la rappresentazione di strada dell'ennesimo fallimento di un'altra promessa che il primo presidente afro-americano della storia degli Stati Uniti aveva fatto e non è stato in grado di mantenere: rendere l'America una terra uguale per tutti, che fossero bianchi o neri, latinos o asiatici, uomini, donne o gay. Non è certo colpa di Obama se un poliziotto bianco uccide a sangue freddo un giovane nero in una delle aree più desolate della grande periferia di Saint Louis, Missouri, non è colpa del presidente se un Grand giurì - come spesso accade, addomesticato a dovere dal procuratore di turno - "assolve" il poliziotto prima ancora di un possibile processo. Ma quanto avvenuto nelle ultime 48 ore - e quanto accade ogni giorno in ogni ghetto (e non solo) d'America - dimostra ancora una volta che il problema razziale esiste e resiste, sempre negli stessi divisivi termini. Mezzo secolo dopo le grandi marce contro la segregazione guidate da Martin Luther King, molte cose sono cambiate in positivo per i neri (e le altre minoranze) degli States. Ma non quella principale, quella che li dovrebbe rendere in tutto e per tutto uguali ai bianchi, con gli stessi doveri e gli stessi diritti. Non sono bastati sei anni alla Casa Bianca di un presidente e di una First Lady neri a cambiare la cultura, la mentalità, gli opposti pregiudizi e gli stili di vita. Ancora oggi un ragazzino nero (o latino) con la felpa e i jeans a vita bassa, gli orecchini e le collanone, la camminata ciondolante e il sottofondo di musica rap, rappresenta un potenziale criminale per i poliziotti che pattugliano le aree più violente e per i cittadini (bianchi) incapaci di liberarsi di vecchi stereotipi e di qualche pregiudizio di troppo. Anche i neri hanno le loro colpe, troppo spesso chiusi nei miti di droga e violenza, machismo e incultura da cui non vogliono uscire. Ma anche senza scadere nella facile sociologia è piuttosto evidente - basta leggere numeri e statistiche di crimini, carcere, condannati a morte etc. - che in America nascere con la pelle scura significa avere una buona probabilità di finire male almeno una volta nella vita. E su questo punto, nonostante il successo di rapper e artisti vari, di superatleti di basket e football, di stelle e stelline della tv, i passi avanti fatti in questo lustro obamiano sono praticamente inesistenti. I fatti di Ferguson serviranno a qualche cosa? A guardare i sondaggi sembra di no. I numeri ci dicono che l'80% dei neri pensa che la morte del giovane Brown abbia uno sfondo razziale, ma tra i bianchi la percentuale scende sotto la metà. E la maggioranza di questi ultimi ritiene che si stia discutendo troppo di razza. Un sondaggio (Cnn-Orc) fatto a caldo dopo la decisione del Grand giurì rivela che - presi complessivamente - il 32% degli americani avrebbe voluto per Darren Wilson (il poliziotto che ha ucciso Brown) la pena di morte, il 25% una pena più lieve e il 31 % l'assoluzione piena. Ma se scorporiamo questi dati per razza, i risultati sono molto diversi: tra i bianchi, i favorevoli alla pena di morte per Wilson sono il 23%, quelli per una pena minore il 26, gli altri non lo ritengono colpevole. Tra i "non bianchi" i numeri si capovolgono: 54 per la morte, 24 per la pena minore, gli altri divisi tra innocentisti (15%) e chi non prende posizione (7). Si può discutere a lungo sul significato di questi numeri e sulle cause che rendono l'America bianca così diversa dall'America nera. Resta un fatto: nel 2014 per i bianchi degli Usa le opportunità economiche crescono e la polizia è vista come simbolo di sicurezza. La maggioranza dei neri continua a vivere (senza troppe speranze) negli stessi quartieri-ghetto di decenni fa. E la polizia rimane il nemico di sempre. ©RIPRODUZIONE RISERVATA