Notte di violenze negli Usa I neri americani in rivolta

Di Andrea Visconti wNEW YORK «Mani alzate, non sparate». Così gridavano in coro le oltre cinquecento persone che lunedì notte hanno marciato davanti alla Casa Bianca protestando per la decisione del Gran Giurì del Missouri di non incriminare il poliziotto bianco che lo scorso 9 agosto a Ferguson uccise un ragazzo nero disarmato. Manifestazioni di protesta e di rabbia si sono estese da Ferguson in numerose città americane. Da Times Square a New York al commissariato centrale di polizia di Los Angeles; dal lungolago di Chicago alla piazza davanti al Municipio di Boston. E centinaia di altre manifestazioni ci sono state ieri in tutta l'America per esprimere la frustrazione dei neri e la solidarietà di molti bianchi davanti a quello che appare un clamoroso caso di ineguaglianza razziale. «Dobbiamo accettare che questa decisione spettava a un Gran Giurì», era stato il commento di Barack Obama poco dopo l'annuncio avvenuto che a Ferguson era già sera inoltrata. «Ci sono americani che concordano e altri per i quali è motivo di profondo disappunto, perfino di rabbia. Ed è una reazione naturale». Ma è servito a poco il messaggio del presidente che ha invitato la popolazione a manifestare in modo pacifico. Nel cuore della notte a Ferguson ci sono stati scontri violenti con legittime proteste a cui si sono mescolati atti di teppismo e vandalismo. Vetrine infrante, negozi presi d'assalto, sassaiole contro i poliziotti. E ancora: auto della polizia in fiamme, attacchi contro giornalisti e cameramen, colpi di arma da fuoco. E intanto da una parte all'altra degli Stati Uniti rimbalzavano le reazioni di personaggi famosi dello sport e dello spettacolo, che esprimevano sdegno per le conclusioni della giuria. «Quello a cui abbiamo assistito lunedì sera è stato probabilmente di gran lunga peggio della peggiore notte di violenze che si era verificata in agosto», ha commentato Jon Belman, capo della polizia di Saint Louis, facendo riferimento alle rabbiose proteste che avevano fatto seguito all'omicidio di Michael Brown. Aveva solo 18 anni. La sera del 9 agosto si trovava in strada nella cittadina di Ferguson, a maggioranza afro-americana, quando si è imbattuto in un poliziotto bianco. Darren Wilson si era sentito minacciato, e aveva sparato un colpo mortale al petto del ragazzo. Aveva testimoniato di avere temuto che Michael stesse lanciandosi in avanti per afferrargli la pistola d'ordinanza. Ma la giustificazione che si trattasse di legittima difesa non aveva convinto. Dopo settimane di disguidi e ritardi, un giudice aveva incaricato un Gran giurì di esaminare il caso per decidere se c'erano gli estremi per mettere Wilson sotto processo. Nove giurati bianchi e tre neri avevano passato settimane a spulciare montagne di prove e venerdì scorso Ferguson e tutta l'America era in nervosa attesa della decisione. Snervante attesa per tutto il week-end con l'annuncio rimandato fino alle 20 di lunedì, ora del Missouri. Immediatamente Ferguson è insorta esprimendo indignazione per quello che è stato definito "un palese disprezzo per la vta dei neri". La posizione del Gran giurì statale non chiude l'inchiesta federale sulla morte di Michael. «Continua a essere un'inchiesta separata e indipendente», ha dichiarato il ministro della giustizia Eric Holder. Parallelamente proseguono due inchieste della divisione per i diritti umani del dipartimento di Giustizia ©RIPRODUZIONE RISERVATA