«Vanessa e Greta non sono con l'Is»

di Maria Rosa Tomasello wROMA Vanessa Marzullo e Greta Ramelli non sono nelle mani degli jihadisti dello Stato islamico (Is). Il giorno dopo le notizie riportate dal quotidiano britannico The Guardian, che giovedì aveva inserito due italiane nel gruppo di ostaggi occidentali nelle mani degli estremisti sunniti, il governo conferma che l'Italia è «particolarmente esposta» al rischio di attentati e ritorsioni, ma smentisce che le due giovani cooperanti siano prigioniere dell'Is: «Non risulta che le affermazioni siano veritiere» dice il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, sottolineando che «è possibile» anche che le due cooperanti siano "passate" da un gruppo di rapitori a un altro dopo essere sparite, all'inizio di agosto, ad al Abizmo, una località a 40 chilometri da Aleppo. Ma sulla sorte di Vanessa e Greta, in Siria per un progetto di assistenza sanitaria, nessun'altra indicazione: «Manteniamo il massimo riserbo». La speranza, dunque, è che trovino conferma le indiscrezioni pubblicate sempre giovedì dal quotidiano panarabo al Quds al Arabi, secondo il quale le due volontarie «sono un buona salute» e «forse potrebbero essere rilasciate nelle prossime ore». Secondo la fonte del giornale - identificata come un componente della sicurezza di Ahrar ash Sham - uno dei rapitori, «membro di una brigata dell'opposizione siriana», è stato catturato nei pressi di Sarmada, a ridosso del confine turco. Ma i tempi per il rilascio delle due cooperanti italiane non sembrano stretti: «Il fatto che non siano in mano all'Is per noi non è una smentita, perché mai avevamo avuto conferme che lo fossero - dice Salvatore Marzullo, padre di Vanessa – Dalla Farnesina l'unica cosa che continuano a ripeterci è che dobbiamo avere tanta pazienza». «Non sono in mano ai tagliagole, ma siamo in uno scenario fluido e la situazione potrebbe precipitare» ammette uno 007 italiano. Il rischio è che le due ragazze possano essere consegnate all'Is per incassare un riconoscimento politico, ma anche economico. Dopo l'uccisione del giornalista americano James Foley, una esecuzione che ha fatto uscire il conflitto iracheno fuori dai confini del teatro di guerra, ora si teme il contagio jihadista e torna l'incubo terrorismo. «Un problema esiste a livello internazionale - ammette il vice ministro dell'Interno Filippo Bubbico - Noi ci sentiamo particolarmente esposti. Essere prudenti tuttavia non significa creare allarmi, ma creare le procedure perché la sicurezza possa essere garantita». Il primo passo è non dare nulla per scontato: «Anche gli atteggiamenti benevoli alle frontiere vanno superati. Noi abbiamo un livello di controlli avanzato, ma in questo momento l'attenzione deve essere massima». Con una circolare inviata ai prefetti in tutto il Paese, è stata indicata la massima allerta su tutti gli obiettivi "sensibili". I timori sono legati soprattutto ai foreign fighters, i volontari stranieri partiti per combattere in Siria e Iraq nelle file dell'Is, un esercito stimato in 20 mila miliziani su un totale di 50mila, circa duemila dei quali provenienti dall'Europa: immigrati anche di seconda o terza generazione, poco integrati e radicalizzati soprattutto attraverso il web, che potrebbero tornare nella Patria d'origine e colpire. «L'arruolamento di giovani occidentali non è un fenomeno nuovo, ma è in crescita» conferma Lamberto Giannini, direttore del Servizio centrale antiterrorismo della Polizia. Gli italiani sono una piccola pattuglia di 30-40 uomini. «Gli italiani sono pochi - conferma Bubbico - Il fenomeno esiste, soprattutto in Europa, ed è sotto stretta osservazione. Per fortuna il nostro Paese è coinvolto in modo marginale». Ma la possibilità che qualcuno rientri («per ora nessun ritorno significativo», dicono gli 007) e colpisca, un lupo solitario che decida di agire "senza rete", esiste. Il rischio di attentati è concreto, conferma l'Anfp, l'Associazione dei funzionari di polizia, che chiede, in primo luogo, di sbloccare il turn over e di integrare nelle forze dell'ordine i figli degli immigrati regolari, da usare nelle sale intercettazioni e nei pedinamenti: «Abbiamo bisogno del nostro Joe Petrosino di lingua araba - dice Lorena La Spina - per contrastare la minaccia di matrice jihadista». ©RIPRODUZIONE RISERVATA