IL DIFFICILE REBUS DEL SENATO

di FRANCESCO MOROSINI Sulla riforma del Senato lo scontro, combattuto in aula con tutte le armi offerte dai regolamenti parlamentari, è acceso. Al contempo, quello ideologico è ancora più duro: infatti, la maggioranza lancia accuse di sabotaggio mentre le opposizioni si spingono a configurare nel mutamento della Costituzione un tentativo al minimo di limitare la democrazia. La radicalità delle posizioni fa emergere, al di là degli argomenti di tecnica costituzionale, due diverse idee del "cosa dev'essere" una democrazia. In altri termini, si scontrano "filosofie politico/costituzionali" opposte; per questo la mediazione è ardua. Perché se dal lato del presidente del Consiglio c'è l'idea di "democrazia decidente" - chi vince decide essendone responsabile elettoralmente (non a caso la posta riguarda pure la riforma elettorale) - dall'altra è preminente il valore della "democrazia consensuale", caratterizzata da un contropotere delle minoranze parlamentari accentuato al limite del diritto di veto. Naturalmente, in ogni democrazia entrambi i principi convivono; la rottura in Italia è che si punta alla ridefinizione in senso decisionista del nostro equilibrio istituzionale. Col Senato divenuto la "linea del Piave" di questo scontro. Per la maggioranza il primo passo per una "democrazia governante" consiste nel superamento del nostro bicameralismo perfetto (parità di poteri e funzioni di Camera e Senato) nato in Costituente da un compromesso tra due opposte visioni della seconda camera. Una, nettamente abolizionista, della Sinistra che, in piena coerenza con l'allora ispiratore giacobinismo della Rivoluzione francese, affermava che l'indivisibilità della volontà popolare rendeva una seconda camera o inutile o, peggio, addirittura nefasta qualora fosse in disaccordo con la prima, magari unicamente perché da essa differenziata per formazione e/o compiti. Viceversa, il Senato lo vollero la Democrazia cristiana ed i partiti laici;nondimeno tra loro divisi tra una soluzione neocorporativa (Camera delle professioni) o rappresentativa degli enti territoriali (Camera delle regioni). Conseguentemente l'esito fu, per mediazioni progressive, quel bicameralismo perfetto che già nel 1973 un grande giurista come il Crisafulli ebbe a definire «assurdo ed ingombrante». Ecco perché la discussione sul nostro bicameralismo, sempre presente allo stato latente, è ora tornata al centro dell'attenzione dinnanzi alla necessità di una ridefinizione dell'assetto istituzionale del Belpaese. Anzi, ora essa è considerata la madre di tutte le innovazioni istituzionali. Due le alternative per la riforma: il monocameralismo ed il bicameralismo differenziato, oggi voluto da governo e maggioranza parlamentare. Tuttavia, contro il monocameralismo (in via di principio proposto da parte delle opposizioni) ed a favore del bicameralismo differenziato c'è il fatto che, come affermava nel 1984 il costituzionalista Paladin, una seconda camera, in quanto rappresentante delle autonomie, appare necessaria in paesi o federali o, come la Penisola oggi, a forte radicamento regionalista. Una seconda linea di battaglia delle opposizioni è l'eleggibilità diretta dei senatori. Tuttavia, essendo l'Italia un sistema parlamentare, dove il governo (a differenza di un sistema presidenziale come quello degli Usa) necessita della fiducia del Parlamento, parrebbe difficile, data la nostra storia politico/costituzionale, negare a dei senatori direttamente eletti dal corpo elettorale il potere di fiducia nei confronti del governo. Ma così cadrebbe il nostro futuribile bicameralismo differenziato; e saremmo, come nel gioco dell'oca, al punto di partenza. Tuttavia, il bicameralismo nascente in Italia potrebbe avere il suo lato debole in materia di finanza pubblica. Accadrebbe se il Senato, invece di mediare tra l'interesse nazionale (prioritario) e quelli locali, così anche riducendo i contrasti dinnanzi alla Corte costituzionale, utilizzasse i suoi poteri in materia di bilancio come organo corporativo degli interessi di spesa del ceto politico regionale e comunale. Sarebbe una tragedia; che, per di più, annullerebbe le istanze della democrazia decisionista invocata da Renzi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA