Previsto, voluto: il conflitto inevitabile

di ROBERTO SPAZZALI Il centenario dell'inizio della Prima guerra mondiale, in un mondo così diverso da quello di allora, o soltanto di vent'anni fa, propone ora un nuovo approccio in cui si può celare l'insidia della banalizzazione, per effetto di una regressiva polverizzazione del sapere. Per esempio, già nella sua imminenza diverse iniziative culturali, pubblicazioni rievocative, mostre documentarie, hanno puntato sulla consapevolezza della catastrofe, per esaltare gli ultimi mesi di pace europea, per rivisitare il crepuscolo della Belle Époque, come se nel 1913 e, ancor di più, nel giugno 1914 fosse stato a tutti chiaro che quel mondo era alle soglie della sua improvvisa scomparsa, e che nulla aveva fatto presagire quella fine. Nulla di più inesatto. Almeno dal 1907, con l'inizio della prima grande crisi economica mondiale del XX secolo l'Europa si era trovata, per più volte, ad un passo da un conflitto continentale e ogni anno sembrava quello maledetto, destinato a modificare gli equilibri europei. Mai come il 1913 era stato vissuto un tempo con l'angoscia che la una guerra potesse scoppiare tra Austria e Serbia, con una mobilitazione prolungata degli eserciti fin dall'anno precedente, e tutto faceva intendere che la pressione esercitata dai vertici militari delle tre potenze alleate, rispettivamente Johann Ludwig von Moltke per la Germania, Conrad von Hötzendorf per l'Austria, Alberto Pollio per l'Italia, andava nella direzione del conflitto preventivo anche contro la Francia e la Russia. Quindi, ben prima di quella guerra, erano già sepolti quei valori apparentemente perenni che hanno regolato e ordinato quel mondo dell'ultimo ventennio del XIX secolo ma non più nel primo decennio di quello successivo, come pure è declinata l'aspirazione romantica di trovare una conciliazione tra tradizione e modernità. La guerra, quella guerra apparentemente modernissima fin dalle sue premesse, fu meticolosamente cercata, perseguita e condotta nella completa lucidità dei suoi principali protagonisti, consapevoli del disegno e delle finalità, all'interno delle stanze della diplomazia, dei ministeri degli esteri e degli stati maggiori, senza subire particolari influenze dalle correnti di pensiero che si stavano formando nell'opinione pubblica, più favorevoli che contrarie al conflitto, perché era stato messa in conto l'eventualità di una guerra con la popolazione contraria ad essa. Invece prevalse tra la gente comune lo spirito patriottico, il senso del dovere, l'obbligo del buon suddito, mentre gli Stati esercitarono il diritto paternalistico della mobilitazione, facendo affidamento alla rispettiva forza bellica in grado di chiudere la contesa in pochi mesi. (…) Proprio il concetto di "mobilitazione generale" fu il nuovo elemento capace di rompere ogni barriera che sembrava ancora dividere popolazione e società. La mobilitazione riguardava tutte le nazioni e tutti gli Stati, con provvedimenti analoghi e reazioni altrettanto simili. Il "momento" militare trascende gli eserciti e condiziona tutti i popoli. Anzi, in forza della mobilitazione generale si determina una Sacrée union intorno a valori e sentimenti fino a quel momento patrimonio di esigue minoranze politiche e intellettuali: patria e vittoria. Soprattutto la vittoria diventa la meta possibile e l'obiettivocomune. Si combatte per vincere, si può vincere solo combattendo. (…) Senza quella guerra probabilmente non sarebbero sorte le ideologie totalitarie, il disprezzo della vita e dell'esistenza altrui, fino alle estreme conseguenze per cui si poteva pensare all'umanità solo in termini numerici, nel numero di soldati morti in poche ore di battaglia oppure stroncati nel sonno da una nube di gas velenoso. Senza quella guerra non si sarebbe mai affermata la criminale idea che si poteva ordinare impunemente di uccidere e sterminare e che l'avversario era una cosa di altra specie che non solo andava sconfitto ma annientato. Si affermò l'idea che la guerra sarebbe stata vinta solo con l'avversario ridotto ad un numero inferiore di soldati e mezzi e quindi sconfitto per effetto di una superiorità materiale espressa sul campo. (…) Era una guerra che si preparava da tempo nelle cancellerie dei governi, alle mappe degli Stati Maggiori, nei laboratori scientifici e nelle fabbriche d'armi, e il suo scoppio non colse nessuno di sorpresa, perché quella guerra era nell'aria da tempo e doveva scoppiare nel 1912 o meglio nel 1913. Non sorprese nemmeno che poco o nulla era stato fatto per impedirla, i silenzi degli intellettuali e delle autorità religiose, la paralisi o l'asservimento dei parlamenti, la scarsissima cultura democratica delle forze politiche del tempo. (...) Un dato è certo, chi volle la guerra nel 1914 forse era mosso dall'intenzione di conservare lo status quo europeo, nel suo assetto geopolitico e nella conservazione delle élite di potere, ma quel calcolo non tenne in considerazione che un conflitto su larga scala non poteva essere trattato come un'azione preventiva voluta da un mondo che stava tramontando, consapevole del suo declino.