«Meriam, grazie per il tuo eroismo»

ROMA Tenere carezze alla piccola Maya, tenuta tutto il tempo in braccio dalla mamma. Sorrisi e affettuosità anche per l'altro figlio, Martin, 3 anni e mezzo, accoccolato invece sulle gambe del papà. Poi una benedizione con la mano sul capo, leggermente chino e sorridente, e soprattutto il personale «grazie» del Papa per una «testimonianza di fede» cristiana «costante», degna di eroismo. In fuga dalla persecuzione di Khartoum verso la libertà, Meriam Yahia Ibrahim Ishag, cristiana condannata a morte in Sudan per apostasia e poi rilasciata in seguito alle pressioni internazionali, ha trovato ad accoglierla a Roma anche il Pontefice. Informato del suo arrivo con famiglia nella Capitale, Bergoglio non ha esitato e ha subito acconsentito a incontrare la donna che, rivendicando nel suo Paese l'abbandono dell'Islam e la professione cristiana, è diventata un simbolo internazionale delle vittime della persecuzione religiosa. E simbolico ha voluto essere anche il gesto di Bergoglio di riceverla nella sua residenza di Santa Marta per mandare un messaggio di «vicinanza» e «solidarietà» a tutti i perseguitati cristiani nel mondo. In quella mezz'ora di visita e nei dieci minuti di fitto colloquio con Meriam, papa Francesco ha voluto sapere da lei la sua storia direttamente e si è informato anche sul futuro della famiglia. Futuro che sarà a New York, perché il marito della ventisettenne, Daniel Wani, è cittadino americano. Ma l'Italia è stata la prima tappa della nuova vita da donna libera di Meriam perché molto si è speso il nostro governo, rappresentato in Sudan dal viceministro degli Esteri, Lapo Pistelli. È al suo fianco che la donna scende dall'aereo che ieri mattina l'ha portata a Ciampino. Meriam tiene stretta Maya, di due soli mesi, e Pistelli tiene in braccio Martin, nell'altra mano un biberon pieno di latte. Ad accoglierli il premier Matteo Renzi e la moglie Agnese. «Oggi è un giorno di festa», dice il presidente del Consiglio e più tardi twitta: «Oggi siamo degni di chiamarci Europa». Condannata a morte e a ricevere 100 frustate per adulterio (per aver sposato un cristiano), la giovane era stata arrestata, lo scorso maggio, e messa in cella assieme al figlio con una sentenza choc che ha spinto il mondo a mobilitarsi per la sua liberazione. Nella prima udienza, quella in cui le è stata inflitta l'impiccagione, il giudice si era rivolto all'imputata chiamandola con il nome arabo, Adraf Al-Hadi Mohammed Abdullah, chiedendole di convertirsi nuovamente all'Islam. «Sono cristiana e non ho commesso apostasia» è stata la sua replica. Poche settimane dopo Meriam, in cella, ha dato alla luce Maya: «Ha partorito in catene» ha raccontato il marito. Il 23 giugno il tribunale sudanese ha poi deciso la liberazione della donna. Che però è stata fermata nuovamente il giorno dopo insieme al marito all'aeroporto per un "controllo dei documenti". Rilasciata per la seconda volta, con la sua famiglia, si è poi rifugiata all'ambasciata americana a Khartoum, dove ha ricevuto il passaporto che le ha permesso di lasciare il Sudan e arrivare in Italia.