RUGBY»I DUE CAMPIONI PADOVANI SI RACCONTANO

TOKYO Da Padova alla conquista del mondo. Mauro Bergamasco e Marco Bortolami, colonne della nazionale di rugby, hanno tagliato due traguardi speciali nel test match giocato sabato a Tokyo contro il Giappone. Bergamasco i 100 caps in maglia azzurra, spalmati in oltre 15 anni (record assoluto di longevità azzurra); Bortolami le 107 presenze, record assoluto di caps per l'Italia. Entrambi figli d'arte (di Arturo Bergamasco e di Pasquale Bortolami, giocatori del Petrarca anni '70 e della Nazionale) hanno solo un anno di differenza (Mauro del '79, Marco classe '80) e oltre ad aver giocato insieme in giovanile con il club tuttonero hanno percorso quasi in parallelo le tappe della loro incredibile e lunghissima carriera di professionisti della palla ovale. Ve lo immaginavate questo record quando avete debuttato? Mauro: «Sinceramente non ci ho mai pensato. Non voglio sminuire il traguardo ma lo vedo più come una conseguenza del mio lavoro negli anni. E ovviamente c'è da considerare la componente fortuna». Marco: «Quando inizi a giocare non pensi a queste cose. A dire il vero il mio sogno era giocare nel campionato inglese, prima ancora della Nazionale. Lo vedevo su Telepiù, nei primi anni '90. Ma neanche durante il percorso in azzurro ho ragionato sui numeri. È chiaro che, arrivati a un certo punto, i numeri danno anche la misura di quel che hai fatto». Cos'è per voi la fortuna? Mauro: «Un elemento che c'è sempre, nella vita di ognuno, non misurabile. Io ragiono per obiettivi e quando incontro ostacoli cerco di superarli. In questo la fortuna conta parecchio, anche se penso che sia la volontà che ti permetta di arrivare lontano». Marco: «Un insieme di fattori imprescindibili. La carriera di uno sportivo è fatta di tante piccole cose che devono andare per il verso giusto. Il chirurgo che mi ha fatto il terzo intervento alla spalla sinistra, un anno fa, permettendomi di tornare in Nazionale, dice che è più importante un chirurgo fortunato che un chirurgo bravo. Mi ritengo immensamente fortunato ad aver vissuto la mia carriera». Quando avete capito che potevate sfondare nel rugby? Mauro: «L'ho capito gradualmente. Negli anni ‘90 non c'era tutto questo parlare di rugby in Italia, né la percezione di poterci costruire una carriera. Ma quando si sono aperte le porte del professionismo mi sono fatto trovare pronto. A 17 anni, nel '96, ho incontrato George Coste, dopo le finali regionali. Mi ha detto "ti tengo d'occhio come terza linea" ed è stato uno stimolo decisivo». Marco: «Diventare rugbista è stato la conseguenza di un'attitudine e di un approccio alle cose che ho imparato dalla mia famiglia e dalla società che mi ha cresciuto, il Petrarca. Il momento decisivo è stato incontrare John Kirwan a 20 anni: mi ha portato a fare il salto di qualità e a pormi una sfida alla volta. Ma anche la scelta di andare a giocare in Francia, quand'ero già capitano della Nazionale, spostando l'asticella ancora in alto». Cosa ricordate della prima convocazione in azzurro? Mauro: «Sono stato convocato con la Nazionale A nel settembre '98, per giocare contro l'Argentina. Insieme a quattro compagni mi hanno aggregato al gruppo che ha partecipato alle qualificazioni per la Coppa del mondo, giocando titolare ad Hiddersfield contro Olanda e Inghilterra. Avevo 19 anni e per me era fantastico giocare a fianco di personaggi come Giovannelli, Properzi, i Cuttitta, Troncon, Dominguez e tanti altri che hanno permesso all'Italia di entrare nel Sei Nazioni. Sono stati grandi esempi per un giovane pieno di passione come me». Marco: «In tournée in Namibia, nel 2000, 40 giorni, alla vecchia maniera, con partite infrasettimanali e test match il sabato. C'era ancora Brad Johnstone ed era un momento di ricambio: molti dei vecchi stavano smettendo e ho avuto la fortuna di trovare spazio subito, bruciando le tappe». La partita in azzurro indimenticabile? Mauro: «Ovviamente la prima è speciale, ma dovendo scegliere dico la vittoria in Scozia nel 2001, in cui ho segnato debordando l'ala. E poi la partita con il Galles in cui ho giocato centro in coppia con mio fratello Mirco e ho segnato all'ultimo minuto. Sensazioni indimenticabili». Marco: «Contro gli All Blacks, nel 2001, la prima da capitano con la prima meta in Nazionale, una settimana prima di compiere 21 anni. Un sogno incredibile: c'era Lomu, c'era il mio mito Maxwell e gli ho anche rubato una touche». C'è qualcosa che vi manca, che rimpiangete nella vostra carriera? Mauro: «Un titolo europeo. Ci sono andato vicino con lo Stade Francais ma abbiamo perso in finale». Marco: «Non aver vinto il titolo il titolo inglese con Gloucester, di cui ero capitano, dopo aver chiuso al primo posto per due anni di fila. Ho saltato entrambe le finali per infortunio ed è stata durissima. Ho anche pianto a casa con mia moglie. Si parla sempre di grandi vittorie ma l'uomo si vede da come reagisce alle sconfitte». Quanto ha contato la vostra famiglia in questo lungo percorso? Mauro: «Tantissimo, perché non mi hanno mai costretto a giocare. Mio padre ha iniziato a portarmi presto, a Selvazzano, perché non stavo mai fermo e per lasciare un po' di relax alla mamma. Poi sono stato libero di scegliere se continuare o cambiare sport. E quando, al Petrarca, ho deciso di puntare sul rugby mi hanno trasmesso i valori dell'impegno e della dedizione». Marco: «Per prima cosa devo ringraziare mio padre, perché con lui di rugby ho parlato pochissimo. Ho un grande senso dovere, che a volte mi soffoca, papà invece non mi ha mai messo pressione, mi ha permesso di vivere con serenità i primi passi e poi di avere energie per fare altri step. All'inizio al Petrarca io ero il figlio di Pasquale, adesso lui è il papà di Marco». Simone Varroto