La polveriera balcanica che scatenò la Grande Guerra

di Silvia Gorgi Esplodono colpi di pistola. L'erede al trono asburgico Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia vengono raggiunti e uccisi. A impugnare l'arma e ad innescare una "scintilla" che porterà al suicidio d'Europa c'è un giovane studente bosniaco, appena diciottenne, Gavrilo Pricip. Siamo a Sarajevo il 28 giugno del 1914. L'omicida fa parte di un'organizzazione segreta, la Mano Nera, che si batte per l'unificazione degli slavi della Serbia con quelli del sud dell'Impero austro-ungarico. Un gruppo di giovani sprovveduti che prima provano l'attentato con una bomba a mano, senza riuscirci, e poi con una pistola Browning calibro 7,65. A cento anni di distanza, a pochi giorni dall'inizio delle celebrazioni legate al Centenario della Grande Guerra, ancora ci si chiede come, da quell'evento, si siano potuti innescare tutti i fatti che hanno poi condotto l'Europa nell'incubo del conflitto. «Perché è accaduto?» si chiedeva il regista Emanno Olmi, nel corso della presentazione, la scorsa primavera, del suo film "Torneranno i prati" sulla Prima Guerra Mondiale. Aiuta a ricostruire quei momenti, ad entrare nelle Cancellerie europee che finiscono in fibrillazione, Enzo Raffaelli, autore di «La polveriera balcanica e l'attentato di Sarajevo» (in edicola da domani, insieme al giornale, come primo volume della collana storico-fotografica dedicata alla Grande Guerra "1914 - Il suicidio dell'Europa"). Un libro ricco di foto d'epoca, la cui ricerca iconografica è opera di Stefano Gambarotto, edito da Editrice Storica. Ci racconta come da una causa "occasionale" come l'attentato di Sarajevo il Vecchio Continente venga traghettato dalla sua spensierata Belle Époque, dal pieno progresso economico, tecnologico, scientifico e culturale, in una guerra che diventerà di trincea e logoramento. «L'estrema debolezza dell'impero ottomano, «il grande ammalato d'Europa» - ricorda nell'introduzione al libro Raffaelli - creò movimenti politici nazionalisti e attese voraci da parte di pretendenti vari nell'area nei Balcani, cerniera fra due mondi. L'altro, l'asburgico, sembrava avviato sulla medesima china. La crisi arrivava da lontano, l'inizio può essere datato alla perdita della Lombardia nel 1859 e da allora la duplice monarchia cercava di espandersi a est fino a Salonicco entrando però in conflitto d'interessi con la Russia. «E seppure l'Europa vivesse in pace da 40 anni al suo interno guerre locali e regionali non erano mancate» precisa l'autore «La guerra italo-turca per il possesso della Libia va inquadrata nell'ottica di spartizione colonialistica comune a tutte le potenze europee. Quel conflitto voluto dall'Italia, invocante risarcimenti, e lasciato passare dai "Grandi d'Europa", funzionò da innesco per le guerre balcaniche e la conclusione fu che l'intera regione, divenne un perenne focolaio insurrezionale. La Serbia, vincitrice di quelle guerre regionali diventò più grande, più forte e più irrequieta, e fu una spina nel fianco dell'impero austro-ungarico che mai fu disposto a consentire ai "regicidi di Belgrado" l'accesso all'Adriatico». La polveriera Balcanica era dunque pronta ad esplodere, insieme a Francia, che non aveva smesso di piangere per la perdita dell'Alsazia e Lorena del 1870; Germania, divenuta una grande potenza industriale ma ossessionata dalla sindrome di accerchiamento; Russia zarista, amica e protettrice degli slavi e in perpetua ansia di espansione a ovest. Tutte erano interessate a un conflitto. L'Inghilterra, alle prese con i problemi mai risolti dell'Irlanda e le forti tensioni sindacali lo era meno, ma il gioco delle alleanze e gli interessi economici e commerciali finirono comunque per coinvolgerla. Il mese di luglio del 1914 resta, dunque, uno dei più drammatici del XX secolo, la cui origine continua ad essere studiata come modello di una catastrofe evitabile.