Massacrata con violenti colpi che le hanno sfondato il cranio

PADOVA Cranio fracassato e sfondato con pochi e violentissimi colpi inferti con uno strumento ancora da decifrare. E una morte sopraggiunta in una manciata di minuti. Ecco gli ultimi istanti di vita di Federica Giacomini, la 42enne ex pornostar di Vigonza. È il professor Massimo Montisci dell'Università di Padova a guidare il team di esperti dell'Istituto di medicina legale della Città del Santo, che sta lavorando sui resti della sfortunata donna, in arte Ginevra Hollander, per ricostruire ogni fase del massacro e dare un volto e un nome al suo assassino. O, semplicemente, offrire agli investigatori le prove scientifiche destinate ormai a segnare il successo o meno di un'inchiesta. C'era pure la squadra di superspecialisti padovani martedì scorso a bordo dei gommoni della polizia (Squadra mobile e Scientifica di Vicenza) impegnata sulla sponda veronese del lago di Garda, nel Comune di Castelletto Brenzone, quando si è cercata e poi recuperata la bara azzurra al cui interno era stata sepolta la donna. Con il professor Montisci, il collega Giovanni Cecchetto e alcuni specializzandi: messo da parte l'aspetto giudiziario (e la ricerca di verità e giustizia), il caso risulta importante sotto il profilo medico-legale e forense. Ripescare un corpo a oltre cinque mesi dalla morte violenta, a 100 metri di profondità, in un lago con temperature variabili ma piuttosto basse pone una serie di ostacoli per "decifrare" i dati che i resti sono in grado di esprimere. Tac immediata sul cadavere (e successive ricostruzioni in tridimensionale più dettagliate), autopsia e prelievi di campioni di organi e tessuti, indagine tossicologiche e su eventuali tracce biologiche: la prossima settimana il professor Montisci (già consulente di tante procure del Nordest per molte inchieste, tra cui la strage di Gorgo al Monticano e il delitto di Jole Tasitani, la figlia del notaio fatta a pezzi) e il dottor Cecchetto dovranno fare sintesi per trasmettere al pm Golin una prima relazione su quanto ricostruito. Ma il rapporto conclusivo è atteso entro 60-90 giorni. Di certo il corpo si è conservato piuttosto bene grazie alla fredda temperatura dell'acqua e al fatto che era avvolto in un telo di nylon come una mummia, prima di essere inserito nella "bara" tuffata a 500 metri dalla costa. Tutte condizioni che, dal punto di vista morfologico, hanno reso il cadavere «riconoscibilissimo». Tracce macroscopiche di natura biologica, fondamentali per identificare l'autore del delitto – come nella vicenda di Yara Gambirasio – non ne sono state rilevate, al momento. Un delitto che è avvenuto in una finestra temporale collocabile fra il 14 e il 19 gennaio scorso, giorni in cui per l'ultima volta Federica è stata vista in giro e ha usato il cellulare. Difficile essere più precisi. Ci sono pochissimi dati in letteratura medico legale e forense su casi analoghi, corpi recuperati a 100 metri di profondità sottoposti a una pressione di 10 atmosfere per mesi e mesi, una situazione che può inficiare o rendere estremamente difficoltosi i rilievi. E a volte costringe la scienza medico-forense a fare i conti con limiti impossibili da valicare. Almeno fino a oggi. Cristina Genesin