Sul palco solo uomini d'impresa

GAMBELLARA Verona voleva andare «oltre». Oltre la crisi, oltre la provincia. Si spiega così, con un semplice aneddoto legato al titolo dell'assemblea dello scorso anno, la genesi dell'assise congiunta di Confindustria Verona e Vicenza. La prima nella storia del Veneto, in attesa del grande evento – un'unica ssemblea per tutto il Veneto – che Roberto Zuccato sogna entro la fine del suo mandato. Ieri, a Gambellara, in terra berica al confine tra le due province, quasi tremila imprenditori hanno raggiunto l'inusuale sede di un capannone presso l'area industriale della Perlini. Molti, soprattutto per ascoltare il premier Matteo Renzi. «Qui è rappresentato oltre il 40% del Pil veneto» hanno sottolineato i padroni di casa: Giuseppe Zigliotto, presidente Confindustria Vicenza, e Giulio Pedrollo ai vertici dell'associazione scaligera. «Siamo imprenditori, abituati alla concretezza e l'assemblea segue una certa progettualità che è già condivisa» aggiungono i due industriali: «Insieme siamo una famiglia e siamo più forti per far ripartire l'Italia». «Più forti» questo il titolo che tre declinazioni di luogo nel play-off che unisce i colori di Verona, giallo-blu, al rosso e bianco di Vicenza: «nelle imprese», «nel territorio», «in Europa». Un'assemblea easy, sottolinea Zigliotto perché, questa volta, «vuole fare a meno della politica locale». Sul palco si alternano infatti gli imprenditori: Sandro Veronesi, presidente di Calzedonia, Elena Zambon titolare dell'omonima azienda farmaceutica, l'ex presidente confindustriale Emma Marcegaglia e l'attuale, Giorgio Squinzi. Easy anche la formula: nessuna relazione scritta recitata dal podio, ma un dibattito per discutere di made in Italy che significa «bello e ben fatto» e dei gap all'industria: tasse, credit crunch, pagamenti della pubblica amministrazione e burocrazia. «Contiamo 350mila leggi» sferza Zigliotto che rilancia guardando Renzi in prima fila sulla necessità di «far ripartire la domanda interna e tagliare il cuneo fiscale». «Governare è scegliere - ribadisce Pedrollo - Ma bisogna scegliere senza paura sperando di non sbagliare». L'attenzione poi vira sulla cronaca e l'inchiesta Mose: «Un'opera eccezionale che non va fermata per colpa di quattro farabutti» dice il presidente vicentino che ribadisce: «Abbiamo un bisogno impellente di infrastrutture e, soprattutto, della Tav. Ora stiamo costruendo la Napoli-Bari dove passa il 7% della gente in viaggio sulla Milano-Venezia che è ferma. Ma bisogna togliere il tappo anche verso Nord e completare la Valdastico». «Il Mose doveva costare 1,3 miliardi ma alla fine ne abbiamo pagati 5,6 di miliardi. La differenza è di 4,3 - tuona Pedrollo -; soldi con cui avremmo già completato la Tav. È inaccettabile! - chiude - Questo è il costo della nostra inefficienza, anzi: è il costo della nostra corruzione». (e.v.)