Il professionista della politica severo, appassionato, onesto

di VITTORIO EMILIANI In casa Berlinguer seppero che la elezione al Parlamento Europeo comportava una indennità soltanto dopo la morte improvvisa di Enrico nel giugno 1984. Fin lì l'aveva versata integralmente al partito senza darne nemmeno notizia, quanto meno ai figli. Così era fatto questo comunista considerato da Mosca sempre più "eretico", il quale si era "iscritto fin da giovane alla direzione del Pci", a Botteghe Oscure, come ironizzava Giancarlo Pajetta. La moralità personale, severa, persino austera, dell'ultimo leader comunista, spentosi, di fatto, sul palco di un comizio come un gran sacerdote sull'altare della sua chiesa, quarant'anni fa, è il dato che probabilmente più affascina i giovani e i giovani adulti di oggi, in giorni di scandali e di ladrerie, di tenori di vita lussuosi come le ville dei neo-arricchiti dalle tangenti. A parte gli affetti famigliari, la sua unica grande passione fuori da una politica vissuta con instancabile intensità era andare a vela nel mare della sua Sardegna, anche rischiosamente, sapendo di essere un buon nocchiero. Sulla "diversità" morale del Pci nel suo complesso si può discutere e si discute (più d'uno vi proietta l'ombra dei mai negati finanziamenti di Mosca), ma sugli stili di vita, personali e famigliari, non si bara ed Enrico Berlinguer rimane, con rimpianto, nell'immaginario collettivo come un uomo che faceva politica nel più assoluto disinteresse personale. Fino a morire di logoramento a soli 62 anni, nell'ennesima sfiancante campagna elettorale). Qualcuno, dopo le ultime europee, ha voluto raffrontare il successo del Pd di Matteo Renzi e quello lontano del Pci di Enrico Berlinguer. Raffronto impraticabile. Questo è figlio, certo, del solo partito ancora strutturato, malgrado tutto, e però prevalentemente di un nuovo "leaderismo" che fa breccia fra i giovani e gli astensionisti. Quello era figlio di una lunga marcia del partito più organizzato territorialmente, di una classe dirigente che aveva attraversato i deserti dell'opposizione per un trentennio per legittimarsi nel fuoco del terrorismo, e di un segretario che, dopo il "grave dissenso" dall'Urss espresso da Luigi Longo nel 1968, aveva gradualmente prodotto "lo strappo" decisivo da Mosca. Nel 1972, al festival nazionale dell'Unità di Torino, "un dirigente periferico che non aveva nulla dell'abituale tetraggine e della cautela diplomatica dei rappresentanti ufficiali dell'Urss" volle incontrare quel segretario italiano guardato con diffidenza crescente a Mosca. Era Michail Gorbaciov, allora soltanto segretario del distretto di Stavropol. Lo racconta con efficacia Chiara Valentini nel suo documentato "Enrico Berlinguer", ripubblicato ora da Feltrinelli. Era l'uomo della futura Perestroika, del tentativo epocale non riuscito di riformare l'irriformabile comunismo sovietico. Berlinguer stava affrontando una sorta di "percorso di guerra", quello degli anni '70, fra stragi fasciste, terrorismo di destra e di sinistra, movimenti giovanili che spesso viravano sulla violenza anti-Pci e anti-sindacato e la necessità di divenire sempre più forza nazionale ed europea della sinistra. Di una sinistra pienamente legittimata a governare il Paese come già governava, sovente in modo positivo, Comuni e Regioni. È difficile oggi cogliere il groviglio di difficoltà nel quale si trovò ad operare in un Paese governato dalla Dc, ininterrottamente dal dopoguerra, dovendo fare i conti col mondo cattolico al quale il Pci era tradizionalmente più sensibile del Psi erede della cultura laica e però dal primo centrosinistra anche partner di governo della Dc stessa. C'è un passaggio che Chiara Valentini racconta e che tutti noi vivemmo: riguarda la grande prudenza con cui il Pci inizialmente si muove durante la campagna del referendum clericale contro la legge sul divorzio, nel 1974. Berlinguer decide di schierare il Pci, ma è convinto (e lo dice ai suoi collaboratori più vicini) che sarà una battaglia minoritaria. E invece dalle urne uscirà un clamoroso successo del no all'abrogazione del divorzio. Purtroppo le forze laiche e di sinistra non seppero partire da lì per una più vasta e ambiziosa alleanza. Ma Berlinguer e Craxi non erano certo fatti per amarsi né per essere alleati. Cosa resta oggi - al di là dei "santini" o degli errori oggettivamente commessi - di quel personaggio così singolare? L'approccio altamente morale, severo, professionale, mai dilettantesco né "illusionista" alla politica. Un'idea forte di essa, nutrita di cultura, non solo strettamente politica, e tesa a superare la dimensione nazionale per quella europea (anche se l'eurocomunismo non poteva funzionare, e non funzionò). L'intuizione più volte ribadita che una delle grandi rivoluzioni del secolo fosse quella femminile e che l'informatica, questa sì che è una scoperta, avrebbe cambiato radicalmente i rapporti. Lui che scriveva ancora a penna i propri densi articoli.