le riforme»l'ira del governatore

di Filippo Tosatto wVENEZIA La miccia dei referendum è accesa. A Venezia la conferenza dei capigruppo del Consiglio regionale ha deciso, a maggioranza, che la prossima sessione dell'assemblea - in calendario dal 9 all'11 giugno - discuterà in via prioritaria i due progetti di legge referendari su indipendenza e autonomia della Regione licenziati in commissione Affari istituzionali l'1 aprile scorso. Il primo reca la firma di Stefano Valdegamberi (Futuro Popolare), si compone di un unico quesito e chiede agli elettori se sono favorevoli o contrari alla costituzione del Veneto in «repubblica indipendente e sovrana» rispetto all'Italia. Il secondo testo legislativo, presentato da Costantino Toniolo e Carlo Alberto Tesserin (Ncd), affida invece al governatore di Palazzo Balbi il compito di negoziare maggiori condizioni di autonomia per il Veneto e, in appoggio alla trattativa istituzionale, prevede una consultazione popolare che consenta ai cittadini di esprimersi sul Veneto a statuto speciale, dotato di autonomia tributaria, sino a trattenere in loco l'80 per cento del gettito fiscale. Entrambe le opzioni, pur visibilmente contrastanti, sono state approvate dal medesimo schieramento - Lega, Forza Italia, Ndc, Futuro popolare, Unione Nordest - e con lo stesso numero di voti delegati (34 su 60). L'opposizione - Pd, Idv e Sinistra veneta - mentre il capogruppo forzista Leonardo Padrin si è astenuto e l'opposizione ha abbandonato l'aula al momento della votazione, giudicando «illegale e incostituzionale» il quesito che ipotizza il distacco del Veneto dallo Stato italiano. E tuttavia anche tra i fautori del doppio sì vi sono divergenze rilevanti. Gli alfaniani e buona parte dei forzisti (in primis la pattuglia di estrazione An) sono favorevoli a consentire il referendum sull'indipendenza in nome della «libertà democratica di espressione» ma fanno sapere a chiare lettere che voteranno contro ogni ipotesi secessionista. Un concetto ribadito da Clodovaldo Ruffato, esponente del Nuovo centrodestra e presidente del Consiglio regionale: «Noi siamo contrari a separare il Veneto dall'Italia ma chiediamo con forza una maggiore autonomia, quella garantita dallo statuto speciale di cui godono regioni limitrofe come il Trentino-Alto Adige e il Friuli-Venezia Giulia, con pesanti svantaggi per la nostra economia. Detto ciò, vogliamo permettere ai veneti di fa sentire la loro voce su tutte le soluzioni prospettate dal ventaglio referendario». Sabato, al consiglio nathional della Lega, Flavio Tosi ha rivendicato la precedenza del referendum indipendentista nel calendario d'aula: «Francamente avrebbe potuto risparmiarsi toni così enfatici, qui a decidere non sono le segreterie di partito, l'ordine del giorno è già stato concordato dai capigruppo, come da regolamento». Prospettive? Il Pd e i giuristi di sinistra minacciano sfracelli, ventilando anche un «impeachment» con successiva decadenza del governatore Luca Zaia qualora proclamasse una consultazione in aperta violazione della carta costituzionale. L'interessato non si scompone replica rimettendosi alla «volontà libera e sovrana» dei consiglieri, ricorda che il percorso verso le urne sarà necessariamente articolato («In Catalogna ne discutono da trent'anni e forse adesso è la volta buona») e ribadisce il suo, eventuale, sì convinto all'indipendenza. Una soluzione possibile, comunque, è qualla di riunire i due progetti in un unico testo referendario, formulato su più quesiti. Ma sul punto, i leghisti e le anime rivali del centrodestra non hanno ancora raggiunto un accordo. C'è anche un problema di costi, che il ministero degli Interni stima in 14 milioni: «Potrebbero scendere a un terzo in caso di abbinamento ad un'elezione ordinaria», fa notare Toniolo. Al momento, però, non esistono coperture finanziarie. Compito dell'aula individuarle, in un confronto che si profila molto acceso.