Zaia: corruttori sempre all'opera

di Filippo Tosatto wVENEZIA Le intercettazioni investigative rivelano che tra gli obiettivi del clan che si spartiva le tangenti sull'Expo milanese, c'era lo sfratto di Luca Zaia dalla presidenza della Regione, e la sua sostituzione con una figura più malleabile. Trattandosi di faccendieri che agiscono nel sottobosco politica-affari, occorre distinguere tra verità e millanterie ma alcuni retroscena suonano significativi. All'indomani del voto del 2010, nella prima seduta della nuova giunta post-galaniana, Zaia si rivolse agli assessori, invitandoli al rigore istituzionale nei rapporti con i soggetti privati. Pochi giorni dopo, diramò una circolare che vietava ai dirigenti regionali gli incontri di lavoro in luoghi diversi dagli uffici di Palazzo Balbi - leggi ristoranti, abitazioni, locali, caselli d'autostrada magari - prescrivendo inoltre una nota scritta (e protocollata) sul contenuto dei colloqui. E poi, governatore Zaia, cosa successe esattamente? «Qualcuno mi derise, dissero che ero arrivato a Venezia con la piena del Piave e che volevo isolare l'amministrazione. Poi mi fu inviata una busta contenente proiettili di pistola, arrivarono anche lettere minatorie e denunce anonime. Consegnai tutto alla magistratura. Attenzione, però, io non voglio fare il martire né mi sento un bigotto moralizzatore. Non gioisco dei guai giudiziari di Milano, l'Expo è un'occasione straordinaria per il Veneto e per l'intero Paese. Certo, mi auguro che ogni illegalità sia scoperta e perseguita ma tengo a dire che l'arresto di Maltauro non è la punta dell'iceberg di un'imprenditoria veneta corrotta: chi afferma che nella nostra regione siano indispensabili le tangenti per lavorare, dice il falso». La Digos ha esaminato proiettili e scritti anonimi. Che valutazione ha espresso? «Mi hanno detto che in questi casi al 90% si tratta di mitomani inoffensivi, poi esiste una minoranza leggermente più preoccupante. Mi hanno raccomandato prudenza». Lei dispone di una scorta? «Sì, me l'hanno assegnata da quando, ministro dell'Agricoltura, ordinai sequestri di prodotti contraffatti nel Sud, cui seguirono arresti e condanne. Ma ne faccio scarso uso. Nel 99% degli spostamenti personali mi muovo da solo con la mia 500 gialla. In verità, più di me rischiano tanti sindaci coraggiosi che, senza alcuna tutela, assumono ogni giorno provvedimenti scomodi: trattamenti sanitari obbligatori, sgomberi, espropri, demolizioni. Di loro non si parla mai finché qualche violento non passa alle vie di fatto». Ha mai ricevuto pressioni dirette per favorire questa o quella cordata? «No. Mai. Forse il mio atteggiamento iniziale ha scoraggiato i tentativi, d'altronde io ho ristabilito il principio che la firma sugli appalti spetta ai dirigenti, non agli amministratori. La giunta non si occupa delle commissioni di gara: individua le opere da realizzare, stanzia le risorse e stop. E poi dobbiamo garantire la par condicio: perché incontrare a cena un imprenditore e l'altro no? E comunque, discutere di appalti in ambito extra-istituzionale è di per sé illegale. Espone al compromesso, alle aspettative equivoche da parte dell'interlocutore». Fino alla corruzione. «Ma dove ci sono corrotti ci sono anche corruttori. Sono sempre all'opera. Il loro metodo è quello di incastrare un politico, renderlo ricattabile e, quando si ribella, distruggerlo. Perché sia d'esempio». In campagna elettorale lei rifiutò donazioni private. Perché? Aveva qualche sentore? «No, la mia campagna regionale fu finanziata per metà dalla Lega e per metà dal sottoscritto. Ci furono delle offerte private ma non mi sembrava il caso di accettare. C'è sempre qualcuno che usa il sistema dello "strascico": soldi qua e là e vediamo cosa succede. Raramente sono disinteressati. Detto ciò, io sono contrario al finanziamento pubblico della politica perché ricade sui cittadini ma poiché esistono dei costi trovo accettabile il contributo dei sostenitori, purché sia regolato in modo ferreo e posto al riparo dal conflitto d'interessi». C'è chi lamenta che le inchieste sui grandi appalti veneti siano state insabbiate. «Non sono tra questi. Esprimo fiducia nei magistrati perché l'hanno meritata con gli atti concreti e trovo scorretto tirarli per la giacca da una parte o dall'altra. Spero che la verità, tutta la verità, venga a galla».