Nando Dalla Chiesa è severo: Sarà una grande incompiuta

MILANO «Mi sembra che comunque la si voglia rattoppare l'Expo rimarrà una grande incompiuta, con tutti i danni di immagine che ne deriveranno per l'Italia e per Milano». Nando Dalla Chiesa, presidente della Commissione antimafia del Comune di Milano è un critico severo e puntuale di quello che è accaduto intorno all'Esposizione universale. Molti puntano il dito sulla scelta (unica nel suo genere) di realizzare Expo su terreni privati. Ritiene che sia davvero il peccato originale? «Non l'unico, ma sicuramente il più grave. Lo si è visto nel fatto che ci sono voluti due anni e mezzo per nominare un amministratore delegato e che sin dall'inizio non si è parlato di quante università fossero mobilitate sul tema "Nutrire il Pianeta", ma in quanti vengono ad allestire i padiglioni. La figura che fa la città non è ricondotta a quello si propone ma a quanti affari si possono fare. Meglio allora un Expo con un po' di cemento in meno, ma con la faccia pulita e un dibattito scientifico e politico di avanguardia, che un Expo sfarzoso, con la faccia rossa di vergogna e un progetto culturale raffazzonato. Che spiega al mondo che in Italia, quando si ha di fronte la 'ndrangheta, invece di selezionare i manager con rigorosi criteri di moralità, si mettono nei posti di vertice quelli che gli appalti li danno in cambio di carriere». Più che il denaro contano, però, i favori. Che cosa è cambiato rispetto a Mani Pulite? «Non si chiedono soldi, che hanno l'inconveniente di essere tracciabili. Si chiedono vantaggi "di rete", perché le carriere possono garantirle solo reti di amministratori, politici e manager spregiudicati impegnati in un gioco di squadra. Un pagamento lo può fare una persona sola. La carriera la può garantire "un sistema", quello messo a nudo dall'inchiesta brianzola, una delle tante che hanno preceduto quella su Expo, che ha portato alla condanna dell'ex assessore Massimo Ponzoni, potente esponente del mondo ciellino ma anche definito da un magistrato "capitale sociale" della 'ndrangheta». A proposito di questo quanto ha contato l'impronta ciellina sull'evento? «Moltissimo, perché è un sistema di potere pluridecennale che era diventato estremamente pervasivo. Si è creata un'emergenza, l'ennesima, che non aveva motivo di esserci perché dal momento della vittoria della candidatura c'erano tutte le condizioni per non ricorrere a commissari straordinari, emergenze e urgenze internazionali. Si è arrivati perfino a sostenere, con argomenti giuridici surreali, che per l'allestimento dei padiglioni stranieri non debbano valere i protocolli, mica si può imporre la nostra legge agli stranieri». Perché i protocolli sembra che siano stati completamente inefficaci? «I protocolli non bastano. Ce l'hanno spiegato benissimo gli organizzatori delle Olimpiadi di Torino che si sono ritrovati la 'ndrangheta in casa. Indispensabili i controlli, e invece si sono allentate le maglie e ridotto il personale per effettuare le verifiche». (a.d.s.) ©RIPRODUZIONE RISERVATA