Greenaway non ha dubbi «Il cinema è carta da parati»

Una buona notizia per i fan di Manu Chao. Dopo il concerto annunciato nei giorni scorsi al Roskilde Festival in Danimarca (il più longevo e importante festival musicale europeo, secondo per dimensioni al mondo solo al Glastonbury), a grande richiesta ecco il secondo atteso show del suo nuovo tour: venerdì 27 giugno a Trieste nell'area di Borgo Grotta Gigante, dove ogni estate si tiene il più importante festival balkan della penisola. L'icona musicale del popolo ritorna così in Italia per un nuovo show, dopo l'autentico trionfo ottenuto la scorsa estate a Bologna, Napoli e Gallipoli davanti a un totale di 60mila spettatori. Sarà una grande festa popolare quella di Trieste: i cancelli apriranno già alle 15 per accogliere i migliaia di fan giovani e meno giovani attesi da tutta Italia e da tutta Europa, i concerti inizieranno alle 17 con altri tre gruppi di supporto. Il cantautore franco spagnolo è uno dei più influenti e più impegnati socialmente della musica contemporanea. I biglietti (ingresso unico 20 euro + dp) sono in vendita online su Ticketone.it di Michele Gottardi wVENEZIA Venezia «Il cinema? È morto il 30 settembre 1993, quando venne inventato l'ultimo telecomando e lo zapping». Inizia così, Peter Greenaway a "Incroci di Civiltà", che Ca' Foscari e il Comune di Venezia organizzano in una due giorni che si concluderà stasera. Il regista e sceneggiatore gallese,che proprio oggi compie 72 anni, ha ribadito ieri le sue posizioni, provocatorie ma ormai consolidate, riguardo al tramonto di un modello cinematografico basato sul testo narrativo. «La fruizione di uno spettacolo cinematografico è sempre stata passiva, al buio, con pubblico rivolto verso un unico punto come in una chiesa. Ormai tutto avviene nei primi dieci minuti, tutto è prevedibile, anche il 3D che non è più elemento di novità». Una provocazione, quella del cinema non testuale, che Greenaway ripete da tempo e che attua attraverso film, se ancora si possono chiamare così, dove il testo ha lasciato spazio alle immagini come nelle "Valigie di Tulse Luper", novanta quadri, tanti quanti erano i bagagli con l'oro trafugato agli ebrei, che mescolavano computer graphic e visioni contemporanee su più schermi o il video industriale fatto per i Lloyd's, in cui si simula una scrittura sull'acqua affastellando musica e citazioni di Shakespeare, Coleridge e Melville, sistema già anticipato sin dal 1988 con "Giochi nell'acqua". «Il cinema ormai è una carta da parati»: in fondo la musica ha rinunciato all'armonia, la pittura fa senza la figurazione, perché il cinema non dovrebbe rinunciare al suo rapporto con la letteratura? Eppure Greenaway continua a girare: a Venezia è arrivato dal Messico, dalle riprese di "Eisenstein in Guanajuato", indagine sui generis sulle disavventure messicane del regista de "La corazzata Potemkin": in Messico Ejzenstejn sperimentò nuovi linguaggi e tecniche, ma andò incontro a incompiute ("Que viva Mexico!") e sfortune ("Lampi sul Messico"). E se la nuova impresa uscirà in settembre, nel 2015 dovrebbe cominciare le ricognizioni per le location del suo "Morte a Venezia", non un remake del film di Luchino Visconti (1971), ma una rivisitazione a partire da un finale diverso per la rincorsa di Aschenbach verso Tadzio, che viene sedotto dal musicista-poeta. Quarant'anni dopo il film ritrova l'ex efebo. L'avventura con Aschenbach lo ha sconvolto e da allora Tadzio è diventato maniaco del sesso e di Vivaldi. Musica, acqua, sesso, morte: non sono trame anche queste?