Morto D'Ambrosio, capo di Mani pulite

MILANO «Non è che lasci la magistratura. Mi occuperò ancora dei problemi della magistratura. E combatterò ancora perchè siano risolti i problemi della giustizia»: era il 29 novembre del 2002, il giorno prima della pensione. Gerardo D'Ambrosio era così. Un combattente, sempre. E infatti dopo la magistratura si occupò di giustizia come senatore. «Nella magistratura non ci sono momenti né belli né brutti - aveva detto quella mattina D'Ambrosio - ci sono momenti in cui cerchiamo di fare il nostro dovere fino in fondo con grande imparzialità». Con la morte di D'Ambrosio, spentosi ieri al Policlinico di Milano, scompare uno dei maggiori protagonisti delle vicende giudiziarie italiane ed anche una persona, come in molti lo ricordano, dalle straordinarie «qualità professionali ed umane». Qualità che lo hanno accompagnato nella sua lunga carriera di magistrato, di rappresentante delle istituzioni e di uomo politico. Nato a Santa Maria a Vico, nel casertano, il 29 novembre 1930, entrò in Magistratura nel '57. Prima a Nola, poi a Voghera e infine a Milano dove da giudice istruttore penale condusse l'istruttoria al processo per la strage di piazza Fontana. Nel 1981 , da sostituto pg, sostenne l'accusa nel processo sul Banco Ambrosiano che vedeva tra gli imputati Roberto Calvi. Nel 1989 divenne aggiunto, dirigendo il Dipartimento criminalità organizzata e dal 1991 - anno in cui subì un trapianto di cuore - quello dei reati contro la pubblica amministrazione. Nel 1992, quando procuratore capo era Francesco Saverio Borrelli, entrò nel pool di Mani Pulite di cui fu punto di riferimento. Al suo fianco lavorarono Antonio Di Pietro, Gherardo Colombo, Piercamillo Davigo, Francesco Greco e gli altri pm che coordinarono le indagini su Tangentopoli. Dal 1999 fu alla guida della Procura della Repubblica e nel 2002 andò in pensione. Lasciò la toga, ma per due legislature è stato senatore prima per i Ds e poi per il Pd. La sua scomparsa lascia un grande «vuoto» ma anche il ricordo di un magistrato e di un politico che ha «interamente dedicato» la vita «al Paese - ha commentato il ministro della Giustizia Andrea Orlando. Unanime il cordoglio della politica, con il presidente del Senato Piero Grasso che ha definito D'Ambrosio «un servitore dello Stato, protagonista della vita civile e istituzionale del Paese». Un ricordo commosso anche dai suoi ex colleghi con Borrelli che ne ricorda «la profonda onestà intelletuale» e Antonio Di Pietro lo saluta con un tweet: «ciao Gerardo, meno male che c'eri tu ai tempi di Mani Pulite».