Ben Jelloun illumina in scena uomini prigionieri del buio

di Nicolò Menniti Ippolito wPORDENONE «Quello che mi affascina nel libro di Tahar Ben Jelloun è che un uomo chiuso da anni in un buio disumano, per sopravvivere debba imparare a non odiare chi lo ha ridotto così». A parlare è Tindaro Granata, attore e drammaturgo siciliano, uno dei nomi e dei volti nuovi del teatro italiano, premiato lo scorso anno come attore emergente, ma in realtà già emerso. La sua proposta teatrale di "Nel buio", sarà uno dei momenti forti di Dedica, il festival monotematico che Pordenone ospita da ormai vent'anni. La formula è originale, per quindici giorni si parla con e di un solo autore, quest'anno, appunto, lo scrittore marocchino francofono Tahar Ben Jelloun. Il via ieri con il primo incontro pubblico con lo scrittore, che parlerà della sua opera e poi ci saranno film (Elisabetta Sgarbi), lavori teatrali (uno con Granata ed uno con Maria Paiato) dibattiti e la presentazione del nuovo libro di Ben Jelloun che sarà in libreria la prossima settimana edito da Bompiani. Anche in "L'ablazione" torna il tema del corpo, che è presente quasi ossessivamente nell'opera dello scrittore di Fes. Uomo di due culture, come recita il sottotitolo del Dedicafestival, Ben Jelloun ha unito una lingua francese assolutamente classica, quasi illuminista nella precisione, con la capacità affabulativa della tradizione islamica, raccontando però più il dentro che il fuori dei suoi personaggi. Come avviene in "L'ablazione" in cui l'ormai settantenne scrittore, con più di trenta opere narrative alle spalle, senza contare saggi e poesie, prova a raccontare la mutilazione della sessualità, come nuova variante della sua ricerca della radice più autentica dell'uomo. Una ricerca, bisogna dire, che è molto presente anche nella messa in scena di "Il libro del buio", che sarà proposto in prima nazionale mercoledì 12 marzo. «È un libro stupendo» dice Tindaro Granata «e quando Serena Sinigaglia mi ha proposto di farlo ho detto subito di sì. È un testo di una grande dolcezza, il racconto di un cammino interiore, umano più che filosofico, per trovare la forza di sopravvivere». Nel libro, edito nel 2001, Tahar Ben Jelloun racconta la storia vera di uomini che hanno vissuto per diciotto anni in piccole celle nel buio più totale. Una esperienza sconvolgente. «Di solito» racconta Tindaro Granata «Io mi trovo a recitare cose che conosco bene, temi che mi riguardano da vicino. Questa volta è molto diverso. Per costruire il personaggio ho usato la foto di uno dei superstiti di questa lunghissima prigionia, ma ho anche spiato i gesti, gli sguardi di chi, dal Marocco, è arrivato fino a qui». Un percorso quasi opposto rispetto a quello di Tahar Ben Jelloun. «Nel libro» dice Tindaro Granata «c'è una frase molto bella. Il prigioniero dice "aiutami con dolcezza ad uscire dal mio corpo"; anch'io ho fatto questa operazione e ad aiutarmi è stata la regia di Serena Sinigaglia».