Servizi e posti di lavoro a rischio

Cristina Genesin A Rovigo sono già 40 i licenziamenti. A Padova da domani si conteranno i primi "morti", dopo un incontro tra sindacati e vertici delle aziende che hanno preannunciato riduzioni del personale. Ben lo sanno i 3.300 lavoratori veneti della sanità privata convenzionata, un comparto privo di qualsiasi ammortizzatore sociale. Ecco perché una finta bara con la scritta "Qui giace la sanità veneta" ha aperto, ieri pomeriggio, la testa del corteo contro i tagli alla sanità convenzionata decisi con la delibera 2621 votata dalla giunta del governatore leghista Luca Zaia. Un corteo vivace e colorato, animato da oltre un migliaio persone che lungo il percorso – da Prato della Valle a piazza della frutta, cuore storico di Padova – si sono moltiplicate fino a raggiungere le duemila unità (secondo gli organizzatori quattromila): sul palco, tra interventi e musica affidata al gruppo rock Heartbeat, è stato ribadito il secco no alla cura dimagrante forzata. Che sta producendo drammatici risultati: la Regione ha ridotto da 8 a 4 le prestazioni sanitarie annue erogate in regime di convenzione a ciascun cittadino. Di fatto, con i budget a favore della medicina convenzionata dimezzati, saranno ancora meno. Cartelli e striscioni, ieri, espliciti: "La mannaia deve calare sugli stipendi dei funzionari regionali", e ancora "Qui lettino senza paziente e all'ospedale in fila la gente". Presenti delegazioni da Padova, Belluno, Venezia, Vicenza, Rovigo e Verona. Tanta la voglia di nuovo. E forte la rabbia contro la vecchia politica impersonata dalla "banda Bassotti", quattro "maschere" rubate a Walt Disney: in mano un sacco di euro e, sulla maglia, la scritta Zaia (il governatore), Coletto (l'assessore alla Sanità), Tasso e Mantoan (due dirigenti regionali). Al grido «Ci tagliano le gambe», tutti a terra pronti a rialzarsi e riprendere la marcia per una nuova performance: «Chi non salta è... è con Luca Zaia». In marcia ci sono tutti, cittadini e medici, impiegati e pazienti, molti i disabili. Tra loro Antonella, 53 anni di Padova, malata di Sla: «Ho bisogno di fisioterapie quotidiane. Ora non avrò più questo servizio vicino a casa». Anna Bonivento, ginecologa di Padova, è preoccupata per le sue pazienti: «Ho in cura donne con il tumore al seno che, in ospedale, saranno costrette a lunghe attese. Arriveremo a un sistema americano dove solo chi ha soldi potrà curarsi». Nicoletta, 41 anni disoccupata, è arrivata da Mira (Venezia) «come cittadina», mentre Diego, pensionato, teme la perdita di posti di lavoro. Michele Dal Molin, 43 anni, è un tecnico radiologo di Belluno: «Abbiamo paura per il nostro futuro. Forse Zaia non sa che la sanità privata accreditata, nel 2012, ha svolto prestazioni per 25 milioni di euro e la Regione ha sborsato appena 2,5 milioni. Costiamo meno e rendiamo di più: quanto costa tenere aperto di notte un ospedale pubblico?». Sebastiano, medico di Padova, bolla la delibera come «una follia». E Silvano, fisioterapista di Treviso, spiega: «Vorremmo essere ascoltati e arrivare a una soluzione condivisa». Diego, pensionato di Padova, s'interroga: «Ma ci si rende conto che qui saltano migliaia di posti di lavoro?». Simona, 42 anni, dipendente di un Centro di attività motorie a Rovigo, è scoraggiata: «Abbiamo uno stipendio medio di 1000, 1200 euro al mese e nessun ammortizzatore sociale. Se verranno confermati i tagli, ci toccherà restare a casa. Come tireremo avanti?».