Zaia era pronto a candidarsi il «gelo» di Tosi l'ha dissuaso

di Filippo Tosatto wVENEZIA Se la Lega glielo avesse chiesto, Luca Zaia avrebbe accettato di candidarsi alle politiche, salvo rinunciare al mandato parlamentare una volta eletto: la sua presenza (secondo le stime dell'istituto Swg) avrebbe fruttato un surplus di voti sufficiente ad arginare il tracollo in Veneto ma così non è stato. Dal segretario Flavio Tosi non è giunto alcun segnale in tal senso e il governatore, al pari degli altri veterani del partito, non ha avuto ruolo alcuno nella composizione delle liste. È l'ultimo rumor trapelato e conferma l'avvenuta rottura tra i cavalli di razza del Carroccio. Nelle settimane precedenti il voto, i due si sono evitati accuratamente, anche nelle manifestazioni - a Treviso, Oderzo e Padova - che li vedevano di scena sullo stesso palco. Di più. L'ultima goccia, quella che ha spinto il felpato Zaia a "scatenare l'inferno", è arrivata dal web dove molti amici del sindaco di Verona gli hanno rinfacciato la "diserzione" dalla campagna elettorale nella fase più delicata. Argomenti che hanno spinto il governatore a reagire con durezza - «Il segretario ha sbagliato linea, è assurdo incolpare gli altri della nostra sconfitta, le ferite interne sono diventate cancrene, serve un passaggio congressuale» - al punto da sollecitare Roberto Maroni, neo presidente della Lombardia, a mantenere la carica di segretario federale per «farsi garante dell'unità del partito». Concetti ribaditi nel corso di una lunga telefonata a "Bobo", accompagnata da un'attestazione di stima: «La sua vittoria è un risultato eccezionale, è il vero dato politico di queste elezioni, solo oggi si respira il senso di una fine strategia, quella della macroregione che, per la prima volta, coalizzerà tutte le regioni del Nord a favore dei nostri territori. Stiamo iniziando a scrivere una pagina di storia importante per i nostri popoli». Dove l'enfasi di Zaia non cancella il nodo politico, quasi un aut aut che imporrà a Maroni di scegliere tra il sostegno totale al proconsole veronese e la collaborazione fiduciaria con l'uomo che, al drammatico congresso di Assago, lo proclamò successore di Umberto Bossi. Nell'immediato, il "barbaro sognante" prova a minimizzare: «Queste frizioni sono normali, nella vita capitano, parlerò con entrambi e le risolveremo in un secondo». Maroni conferma la volontà di fare il governatore a tempo pieno - «Al prossimo consiglio federale sono pronto a passare la mano a un giovane capace di guidare la Lega con fermezza» - ma la sensazione è che potrebbe ripensarci. Da più parti lo invitano a restare al timone di via Bellerio (l'ultimo appello in tale direzione arriva dal suo vice vicario e capogruppo veneto Federico Caner) nel timore che una corsa alla successione esasperi il malumore dei lighisti. Questi ultimi - convinti di aver pagato un prezzo salatissimo all'alleanza con il Pdl funzionale alla conquista della Lombardia - difficilmente accetterebbero un leader "foresto" (Matteo Salvini, ad esempio) di seconda fila. Nel frattempo c'è in ballo la richiesta di un congresso veneto straordinario, lanciata dal senatore padovano Massimo Bitonci e caldeggiata da tutti i "lealisti", trevigiani orfani di Gian Paolo Gobbo in primis. Un secco no arriva dal braccio destro di Tosi, Maurizio Conte: «C'è chi indica in Flavio l'unico responsabile del trend in ribasso della Lega ma la campagna elettorale non poteva essere una linea Maginot, la debolezza della nostra politica è dipesa da ben altri fattori come un'indigeribile vicinanza a Berlusconi, peraltro giustificabile alla luce dei risultati in Lombardia, e dalle tristi vicissitudini legate agli epurati Belsito e C»; conclusione del numero due lighista: «L'emorragia percentuale ha investito tutto il Nord e la pretestuosità di chi chiede teste e congressi non ha motivo di esistere. La volontà di delegittimare la democratica elezione di Tosi nuoce gravemente al movimento: abbiamo il dovere di utilizzare le giuste sedi per discutere del nostro presente e, soprattutto del nostro futuro». Ma il braccio di ferro continua, tra riunioni semiclandestine, mozioni contrapposte e attesa per direttivo convocato martedì. Si vocifera di commissariamenti e sospensioni. È un mondo difficile, già.