LA NUOVA CLASSE DIRIGENTE

Benedetto XVI si è dimesso. Molti italiani vogliono far dimettere dalla politica una moltitudine di inetti, che hanno governato e prodotto l'attuale degrado. Da questo punto di vista, non ci vuole molto a capire che la condizione è, in un certo senso, prerivoluzionaria. E il ragionamento sottostante segue, inconsapevolmente, un altro straordinario insegnamento del grande segretario fiorentino. Sempre in italiano moderno, suona così: «Se, come solo ai saggi è concesso, conosci con anticipo i mali di uno Stato, li guarisci presto; ma quando, per non averli conosciuti, li hai fatti crescere fino al punto che ognuno li conosca, non c'è più rimedio». E aggiungeva: «I Romani superarono sempre le difficoltà poiché le videro di lontano; e non permisero ad esse di crescere per la sola speranza di evitare una guerra, sapendo che una guerra non si elimina, ma si rimanda a vantaggio di altri». L'Italia è giunta ormai a un bivio. O si rinnova dalle fondamenta o muore. Lentamente, ma inesorabilmente piomba in un declino irreversibile. Gli elementi su cui riflettere sono molti. Basta un cenno ad alcuni per rendere evidenti le ragioni di un cambiamento che deve essere radicale. 1) Ormai, la continuità è un disvalore. Equivale, metaforicamente parlando, a versare il vino nuovo nell'otre vecchio. Il passato rifluisce sul presente e condiziona, ipotecandolo, il futuro. I governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni non hanno al loro attivo una sola riforma degna di questo nome. E, per parlare di quelle costituzionali, possiamo dire di essere stati fortunati quando si sono concluse con un fallimento. Mai nulla di veramente nuovo, rigenerante, pensato per funzionare con semplicità. Complicazioni spagnolesche sul piano procedimentale, opzioni inutili, se non peggiorative, sul piano dei contenuti. Basta leggere i testi normativi che hanno approvato, considerare le azioni amministrative incompiute che hanno generato inefficienze a non finire. Un esempio: «Al palo l'80% delle opere», ha riferito un quotidiano di qualche giorno fa. 2) Il futuro non può essere programmato da chi non ha un futuro dinanzi a sé. Da chi non ce l'ha per ragioni anagrafiche, per deficit culturale, per l'insensibilità prodotta da un eterno contatto con il potere, perché abituato a pensare soltanto a sé e al recinto degli interessi che gli sono vicini. È, questa, una condizione naturale umanissima, che priva, tuttavia, della capacità di cogliere le trasformazioni in atto e di guidare i relativi processi. Ecco perché, pur invocando continuamente il cambiamento, questo rimane imprigionato nelle maglie di abitudini psicologiche e comportamentali invincibili e, quindi, oggettivamente insuperabili. 3) Certo, una fase di transizione, caratterizzata da forti criticità, è inevitabile. Il problema sta nel renderla la più breve possibile. È qui che si inserisce la scelta consapevole di creare le condizioni di un'Italia ingovernabile, affinché al più presto sia governabile. Vent'anni di attesa non sono pochi. La cosiddetta seconda Repubblica ha ricostituito in se stessa la prima, dopo averla depotenziata. Le crisi che si sono succedute e il cattivo funzionamento di maggioranze estese provano che la stabilità delle istituzioni sta sì nei numeri, ma soprattutto è il riflesso della qualità delle persone. 4) Un ultimo rilievo. Quando si dice che siamo senza governo, ci si dimentica di una circostanza arcinota: in Italia comanda la burocrazia ministeriale. Quindi, l'attività di governo è assicurata. Possiamo cambiare, rapidamente, in santa pace. Informiamo, comunque, i mercati. Mario Bertolissi @mariobertolissi