l'opinione

di GILBERTO MURARO La maggioranza si astiene dal voto in Sicilia: è l'inizio della fine della democrazia, si dice in Italia; è un fatto fisiologico e anche non privo di valori etici, direbbe un osservatore anglosassone, se pensasse solo a quello che succede nel proprio paese. Come mai questi opposti giudizi? La risposta sta nei benefici e costi individuali del voto. In una società divisa da barriere ideologiche, ogni votazione potrebbe cambiare l'assetto sociale. Il beneficio del voto, ossia la possibilità di influire con la propria azione sull'alta posta in gioco, è allora molto elevato; e anche quando sia scontato l'esito, resta il beneficio di un supporto alla propria fede politica. Il costo individuale del voto, che è essenzialmente il costo per acquisire informazioni e formulare valutazioni che guidino la scelta, è d'altra parte minimo. O meglio, è un costo che si affronta poche volte nella vita o addirittura una sola volta, quando si decide da che parte stare da lì in avanti. Spesso, pure questo costo una tantum è nullo, perché si sceglie senza problemi in base alla tradizione familiare o alla posizione sociale. Ma anche in caso di scelta tormentata e quindi costosa, resta vero che poi tutto è facile: si vota naturaliter per il partito e il candidato della propria parte, sia per il Consiglio di quartiere che per il Parlamento nazionale o europeo. Il saldo benefici-costi del voto è quindi elevato e porta ad alte percentuali di affluenza alle urne. Quando cadono le forti barriere ideologiche, o quando esse siano sempre state deboli come nei paesi anglosassoni, lo scenario cambia. Specie nel sistema bipartitico, ogni partito confida sul voto dei suoi, per il peso che comunque l'ideologia attenuata continua a esercitare, e cerca di catturare il centro per vincere. Da qui i noti fenomeni della caccia all'elettore mediano (quello che sta nel mezzo dello schieramento) e del conseguente avvicinamento al centro delle piattaforme elettorali. Per l'elettore il beneficio del voto diminuisce drasticamente, perché comunque i programmi si assomigliano; mentre cresce il costo, dovendo impiegare tempo e cervello a capire le sottili differenze tra partiti e soprattutto tra i candidati e le loro probabili squadre di governo. È comprensibile che per molti elettori il saldo benefici-costi del voto diventi negativo e porti all'astensione, che assume quindi il significato di delega implicita a chi ha speso di più per informarsi e valutare. Il fenomeno può essere esaltato da un atteggiamento etico che ha a che fare con il limite intrinseco del suffragio universale: la sua incapacità di tener conto dell'intensità delle preferenze. Nei circoli ristretti – un club, un condominio – l'astensione sulle materie su cui si è quasi indifferenti non solo è normale, è addirittura sentita come un dovere: lasciamo che decidano quelli che sono davvero toccati dalla scelta. Qualcosa del genere può avvenire a livello allargato, conferendo appunto una patina di nobiltà etica all'astensione di chi sa di non sapere abbastanza sui partiti e i candidati o non avverte sostanziali distinzioni tra loro e quindi si affida alla scelta, comunque non preoccupante, di chi più sa o più è sensibile alle pur piccole diversità. In conclusione, l'astensionismo non è di per sé né buono né cattivo ai fini della vita democratica. Indica solo che molti elettori non vedono forti differenze nelle persone e nei loro modi attesi di governo. Il problema vero e grave è quello delle aspettative degli astenuti circa i comportamenti dei governanti che usciranno dalle elezioni: ci si astiene quando si pensa che comunque andrà bene e che in ogni caso gli eletti avranno un alto profilo etico; e ci si astiene quando si pensa che comunque andrà male e che in ogni caso saremo governati da profittatori. Qui sta la tranquillità dei cittadini dei paesi di consolidata democrazia, e qui sta l'angoscia dei siciliani e forse di tutti gli italiani. ©RIPRODUZIONE RISERVATA