HA COMMESSO L'ERRORE DI PERDERE GLI ALLEATI FIDATI


Sarà pure «Mister Arrogance», come lo hanno definito coloro che, negli ultimi tempi, hanno condotto una campagna tenace contro di lui. O «L'ultimo dei Mohicani», come lo dipingono i suoi sostenitori. L'ultimo, cioè, che ha tentato di guidare la maggiore banca italiana con un occhio al mercato, senza troppo badare a non calpestare gli equilibrismi del sistema di potere italiano. Certo è, però, che con l'uscita di Alessandro Profumo da Unicredit si chiude l'epoca di una banca e di un personaggio che sono stati, fino a questo momento, un'anomalia nell'establishment finanziario ingessato di casa nostra.
Non è la prima volta che accade che un giovane e dinamico manager, con l'ambizione, forse si arrogante, ma altrove apprezzata, di «farsi re» con le forze del mercato in una sorta di modello public company da noi sconosciuto e avversato, cada sotto i colpi dell'assetto di potere costituito. Nell'assetto di potere italiano non è previsto non avere «padroni», neanche in nome dei risultati. Figurarsi poi quando invece di alleati tedeschi compaiono i libici, pur vezzeggiati dal sistema politico e finanziario italiano, e i risultati economici sono quantomeno incerti per una banca che si trova a un punto delicato di svolta nell'assetto organizzativo, e in un momento di mercato non certo facile.
Sulla strada della ricerca di un'autonomia, che lo ha portato allo scontro con i poteri forti, e spesso al conflitto con i suoi «padroni» italiani, le Fondazioni bancarie, a partire da Cariverona sulla quale oggi sventola la bandiera della Lega, Profumo ha commesso l'errore di perdere anche i suoi alleati, fornendo ai suoi non pochi «nemici» la corda con la quale alla fine si è trovato impiccato. Ha perso i tedeschi, e in particolare quel Dieter Rampl, che aveva avuto alleato nella condivisione dell'avventura Unicredit, indispettito per non essere stato avvertito della crescita dei libici. Ha perso l'appoggio delle Fondazioni, che si sono viste ancora di più messe in un cantone, e che, dopo la crescita in esse del peso della Lega, mal sopportano le strategie «internazionali» di Unicredit, che vorrebbero inchiodato ai territori.
Quel precario equilibrio, che già si era rotto ai tempi dell'aumento di capitale che Paolo Biasi a sorpresa non sottoscrisse, costringendo la banca a trovare nei libici un sostituto, è andato in frantumi, tanto più oggi che la riconferma dello stesso Biasi è ostaggio di un patto di ferro con il sindaco di Verona, Flavio Tosi, tra i più spinti «accusatori» di Profumo. E infine, anche la Banca d'Italia si è trovata nell'imbarazzo di chiedere lumi sulla governance di un istituto che ha i libici come azionisti di peso preponderante.
La schiera degli assedianti di Profumo annovera infine un pezzo da novanta come Cesare Geronzi, forse mallevadore dell'ingresso dei libici, per i quali mai tanto valse il motto «timeo danaos et dona ferentes». Da Geronzi Profumo ha ereditato quella Capitalia la cui «digestione» non è certo facile per gli oneri che si porta dietro. Alla fine, la fila dei nemici si è cosi ingrossata, fino a diventare un assedio che aveva poche speranze di essere rotto da un compromesso.
Adesso la banca torna alla «normalità». Che cosa voglia dire normalità, in questo Paese dove spesso domina una guerra per bande, è davvero difficile da stabilire. Per i leghisti normalità è una banca che serva il territorio, che si spera non sia identificato con gli affari e gli uomini a loro vicini, e che dia alle Fondazioni i soldi per finanziarlo. Ma per fare una banca che sforni profitti ci vogliono manager e anche agguerriti, non certo proni o ricattati dai voleri di chi li ha nominati. Per l'establishment economico finanziario che fa capo all'asse Geronzi, normalità vorrà dire avere le mani libere nel riassetto che potrebbe svincolare Generali e Mediobanca in un diverso assetto di comando, operazione che aveva Unicredit e Profumo come impicci sulla via di realizzazione. Per il Nordest e le sue imprese normalità ha il significato di sempre: potere contare su una banca sana che serva le imprese. Ma di questo, al Paese impegnato a disegnare futuri assetti di potere finanziario-politico non sembra importar molto.

Alessandra Carini